TOP OF THE LAKE di Jane Campion e Garth Davis (2013) L'altra metà della Terra di Mezzo

If You Leave dei Daughter è un bel disco, per chi non ha voglia di divertirsi o per chi non si sta divertendo o per chi non è particolarmente in vena di cose simpatiche; per coloro che hanno voglia di udire qualcosa non dissimile dalle proprie ombre interiori, un qualcosa che non abbia nulla a che spartire con la (presunta) spensieratezza estiva. Elena Tonra, la voce dei Daughter non è tanto distante dal gelo avvolgente che si respira nella Nuova Zelanda dipinta dalla Campion. E potrebbe anche far parte della minuta comunità di donne che abitano il Paradise della serie e in effetti una giovane donna musicista c'è. Top of the lake è una serie abbastanza respingente, così respingente e cupa che a me è piaciuta parecchio. Ma ho dovuto un filino metabolizzarla; alla terza (delle sette puntate) ero tentato di lasciar perdere o almeno di continuare a guardarla convinto che non fosse un granché. Tra l'altro non c'era un personaggio col quale riuscissi a legare. Poi però mi sono accorto d'un tratto di averne subìto la fascinazione. Come quando ti accorgi che una certa bellezza ruvida è infinitamente meglio di una bellezza apodittica.Una bellezza femminile giacché Top of the lake è un percorso femminile. Gli uomini sono invece tutti stronzi, minacciosi, stupidi o malefici. La cosa potrà sembrare riduttiva e improbabile mentre certamente è più facile il contrario, relegare la donna a elemento decorativo, dama di compagnia con un bel paio di tette. La Campion invece, come sua consuetudine, è bravissima nel fotografare il femmineo, nel rispettarne e amplificarne le sfumature. Un po' come la Bigelow, solo che se la brava regista americana ci offre delle donne belle toste, Jane Campion ci mostra delle donne che sono toste anche senza la conclamata fisicità. C'è una sensibilità coriacea squisitamente femminile che lei sa tirar fuori e che sa unire all'elemento naturale e in questo Top of the lake (affiancata nella scrittura da Gerard Lee) non è da meno.
Il lago Wakatipu della serie - che si trova nell'Isola del Sud, attorno agli stessi scenari de Il signore degli Anelli -, il lago Wakatipu dicevo, è purificante, decisionale e insidioso nei suoi 291 chilometri quadrati. Nelle primissime immagini è il luogo oscuro dove annegare una violenza. Dove lavare il tocco deturpante di un uomo. È il luogo dove una bambina, Tui, si immerge. Da questo gesto di fuga e riparo estremo parte lo sviluppo della vicenda e direi che altro non si può dire, in fin dei conti c'è un mistero da svelare. Uno smascheramento necessario, visto che il tema centrale di Top of the lake è lo stupro. È da lì che tutto si muove. Un tema delicato (anche nella rappresentazione) raccontato dalla Campion non in modo femminista ma in modo femminile nonché in modo universalmente umano. Le indagini saranno affidate ad una detective, specializzata in casi di abusi sessuali, appena arrivata da Sydney, Robin Griffin, interpretata da Elisabeth Moss (Mad Men). Elisabeth Moss che se fosse nata prima non avrebbe sfigurato nel ruolo di Dana Scully e comunque Gillian Anderson - e quel suo fantastico personaggio - è stata uno dei miei primi amori seriali ma questo ora non c'entra nulla. La detective Griffin, capitata in Nuova Zelanda per far visita alla madre malata, si troverà avviluppata in un contesto decisamente poco ospitale. Un contesto molto maschio e molto io non vedo, io non sento, io non parlo e soprattutto io ti sparo se non ti fai gli affaracci tuoi. Persino la polizia locale, che dovrebbe quantomeno coadiuvare le indagini della detective si dimostra pigra. Chi comanda nella cittadina di Laketop è Matt Mitcham (ad interpretarlo un superbo Peter Mullan che tra l'altro assomiglia a Bryan Cranston) e nessuno ha voglia di pestargli i piedi. Nessuno (o No One) a parte la detective Griffin e a parte un gruppetto di donne accampate in una spazio di terra chiamato Paradise. 
Cosa c'è in Paradise? Ci sono donne. Donne accomunate da trascorsi infelici, tutte raggruppate attorno a GJ, una sorta di guida spirituale che presume di essere una zombie. Ad interpretare questo singolare personaggio, esteticamente vicina alla Campion stessa, una malamente sfruttata Holly Hunter. Questi sono i luoghi ove verrà dipanata la ricerca della verità. I luoghi umani. Attorno un paesaggio di una bellezza impressionante. Spazi immensi che la Campion sa leggere alla grande. Ove il “alla grande” vuole dare ad intendere la maestria nel fare dell'ambiente naturale un altro protagonista nonché una allocazione distintiva degli stessi umani personaggi. C'è un sublime appaiare umanità e Natura che non solo suffraga ma incorpora gli stati d'animo e la flemma (o quella che può anche esser letta come noia mortale) viaggia in questa direzione. Comprendo ben donde il fatto che Top of the lake possa esasperare, condurre al disinteressamento, possa anche apparire una serie un pochetto ridicola. Di per sé la cosa mi sembra certamente giustificabile. Io però sono come rimasto coccolato dalla macchina da presa della Campion e di Davis e scosso dalla cupezza di fondo. Dal nero di quel lago che risale. Dalla femminilità graffiante nonché dai sottili veli ironici. Sono tutti folli e instabili in Top of the lake. Non una follia sguaiata ma una follia profonda che in fin dei conti ci appartiene, ci abita. E c'è anche una solitudine senza possibilità di recupero. Solitudine e smarrimento. 

Smarrimento in luoghi ove non è difficile perdere la bussola. A mio modesto e maldestro parere il difetto più grande o il punto debole della serie è, ribadisco, la GJ di Holly Hunter. Un personaggio appena abbozzato che viene ogni tanto consultato come oracolo nonostante non dica nulla di illuminante. Un personaggio che manca quella dea femminile alla Mary Daly e che manca oltremodo l’essere un personaggio che sia netto viatico (visto la particolare estetica), che sia dichiaratamente simbolico e non solo esteticamente simbolico in quel suo starsene seduta. Lei appare, e basta. Ma è l'unico difetto che ho trovato e credo possa anche starci giacché nel film... nella serie... Giacché nella serie tra tutti spicca un personaggio femminile sanguigno (in tutti i sensi), animale, meraviglioso quale Tui (Jacqueline Joe), una nuova Mononoke. Donna bambina che non essendoci c'è. Donna che assieme alla detective non solo rifiuta il fallogocentrismo ma lo prende a calci (per un chiarimento sul fallogocentrismo si veda il libro Speculum. L'altra donna di Luce Irigaray). È il filtro speculum della Campion che immergendoci nel nulla ci mostra il tutto, il tutto presente nella donna a dispetto della assenza fallica freudiana, a dispetto di consequenziali invidie di peni. Nota a piè di nota: un piccolo ruolo è riservato a Lucy Lawless, ai più conosciuta per essere stata Xena, la principessa guerriera.

Commenti

Post popolari in questo blog

NYMPHOMANIAC di Lars von Trier (2013) Plateau orgasmico

IL CINEMA D’ISOLAMENTO (cioè , per chiudere, 10 film da vedere... da soli)

IT di Andrés Muschietti (2017) Stiamo stretti