NYMPHOMANIAC di Lars von Trier (2013) Plateau orgasmico

Ci sono film che ti arrivano al cuore, film che ti arrivano al culo e film che non vanno da nessuna parte. Nymphomaniac si bea di una particolarità tutta sua: ti entra nel culo per arrivarti al cuore. Adottando riferimenti alti e meno alti (ma con coscienza di ciò), passando per combinazioni armoniche, Bach, Prusik, Mozart, le papere, i Rammstein, Poe, i Talking Heads e quant'altro, il film vive di una  orchestrazione, di una narrazione pregnante, corposa, auto-ironica, divertente, congestionante, celeste e oserei dire apollinea nel suo non smarrirsi in altro. Ma prima di tutto, giustamente e in modo peloso, bisogna dire che la divisione in due capitoli poteva tranquillamente essere evitata in quanto fortemente invalidante; si può perciò parlare di coitus interruptus? E soprattutto nonché in special modo la questione censura; una questione che offre al povero spettatore un quadro macchiato, un'arte amputata. Or dunque nel cercare, sicuramente in modo inappropriato, di dire qualcosa su Nymphomaniac, questi due elementi - quasi affini nel sottrarre - vanno purtroppo annessi. Annessi nell'amplesso. La complessità dell'amplesso. Sì, amplesso, ossia quella cosa che a volte i terrestri sentono il bisogno di attuare, a volte non a torto, seppur nella maggior parte dei casi non vi è alcun fine riproduttivo. Lo si fa per il piacere di avere un altro corpo nudo a contatto, per il sadico gusto del morbido e del duro e per un attimo orgasmico sovente neppure tanto appagante. Ma oblunghi e miei sempliciotti giochi di parole inerenti al coito ecco venire a noi Nymphomaniac, film che si apre in nero e con un palcoscenico quasi teatrale. Cosa vi è in scena? Noi o almeno alcuni di noi e quindi diciamo, per comodità di spazi, tu. Tu lettrice-lettore, raccolta/o scomodamente nel segreto dell'edonismo. Tu impelagata/o in domestici lavorii di mano, lavorii di coppia, secrezioni, afrori, pubi e lingue che nel loro essere strumenti e conseguenze del piacere sono anche e fondamentalmente uno dei nostri lati più problematici giacché ciò che si cerca di evitare o almeno di traslare è ancora una volta quella cosa chiamata amour. 
Detta la mia solita minchiata introduttiva, utile unicamente a coprire la lunghezza dell'immagine di copertina, proseguo con qualcosa di meno riempitivo. Ossia, l'aspetto furbescamente suggerito della tematica porno (e tra parentesi, fantastici i manifesti con gli attori intrappolati in una smorfia orgasmica) non appartiene a dire il vero a Nymphomaniac. Il porno "promesso" è in realtà una eco del porno insito nei canali del nostro essere spettatori e del nostro essere pesciolini all'amo poco arguti. Siamo noi nel porno, noi che viviamo la presenza massiccia di un cazzo frizionante e scalpitante in una figa o il calore materno della figa che avvolge il cazzo frizionante e scalpitante. Il porno che il film rilegge e racconta è quel porno che nella vita di alcuni umani è, nei migliori dei casi, intimità. Ma un'intimità che non comprende peni e vagine, un'intimità difficile da oggettivare; l'intimità o la ritrosia del nostro essere creature che rispondono ad istinti, che si lasciano avvolgere dall'istinto e dal sé. Senza spoilerare, cotale importante aspetto si vedrà nel cerchio della seconda parte. Il porno promesso di Nymphomaniac è, ribadendo, il nostro nascondere e al contempo il nostro pensare di andare a spararci il porno d'autore di von Trier. Un von Trier che per l'ennesima volta si dimostra essere un provocatore curato ed intelligente. Il senso di vuoto, il non sentire nulla e il desiderio di essere riempita in ogni suo buco è per Joe (cioè la protagonista del film) un qualcosa che va al di là del fallo. La sua mancanza è profonda ed ugualmente profondamente cosciente, "Forse la differenza tra me e le altre persone è che ho sempre chiesto di più al tramonto, più colori. Forse questo è il mio unico peccato". Ma alla fine questa ricerca è pur sempre una ricerca di equilibrio e di conseguenza una ricerca dell'ordine nel caos. E ad un certo punto e malgrado tutto si comprende cosa possa fare ordine nel caos. Ad un certo punto e malgrado tutto si prende atto che anche il banale è una terribile conferma. 
Il corpo di Joe è uno strumento, ben utilizzato, per non dire spremuto. E perdona ora il mio citare per l'ennesima volta Bataille e il suo dire che "La voluttà è così simile allo spreco rovinoso che chiamiamo piccola morte il momento del suo parossismo. (...) La nudità  guasta il contegno che ci diamo per mezzo dei vestiti.  Ma una volta imboccata la strada del  disordine  voluttuoso, noi non siamo soddisfatti con poco.  (...) Noi aggiungiamo alla nudità, la stranezza dei corpi seminudi, dove i vestiti altro non fanno che sottolineare il disordine di un corpo, che ne risulta più disordinato, più nudo." Adoro e odoro la melodia antropologica di Bataille ed è un peccato non poter leggere una sua recensione di Nymphomaniac ma... Il disordine alla ricerca dell'ordine in Joe non passa tanto per i vestiti indossati quanto per la continua ricerca del sapere del suo corpo. Uno scoprire nel piacere, nel dolore e nel piacere del dolore. Come a nutrire il corpo dello stesso dolore dell'anima, come a trovare un equilibrio nell'auto-annullamento. Una compensazione, una qualche vetta da dove scrutare il panorama (per quanto distorto) di sé stessa o almeno una allegoria sufficientemente coriacea. Una forma di libertà che si può riassumere in una parentesi o in un luogo di sospensione. E a proposito di parentesi, invece di menzionare (indubbiamente a sproposito) Beckett o Derrida e il suo divincolarsi dai nomi, dalle forme e il suo abbracciare l'impresenza, tengo a citare così nettamente a vanvera i Sigur Rós e il loro album ( ), giusto per parlare di titoli senza titoli e testi senza testi. Chiusa parentesi.
Credo di aver letto da qualche parte che al momento della vasocongestione che coinvolge gli organi sessuali durante l'eccitazione, le risposte tra uomo e donna siano curiosamente opposte. Il che di per sé è scontato ma non tanto quanto il sapere che l'inturgidimento femminile è più vasto di quello maschile. Come a dire che l'uomo si bea del suo avercelo bello duro quando è in realtà fisiologicamente l'opposto. Stesso dicasi del solito vecchio discorso di considerare von Trier un misogino. Per quanto mi riguarda l'unico personaggio maschile di nota è quello de Il grande capo, per il resto von Trier ci ha regalato un universo femminile di tale forza che continuare a parlare di misoginia mi par faccenda scomposta. Quel simpaticone di von Trier sfugge, guizza qua e là; è tragico ed è comico. È lì che pensi che stia dicendo qualcosa e poi d'improvviso quando ancora stai cercando di capire te ne dice un'altra o smentisce tutto con digressioni decostruenti o ti illumina con intensi momenti padre-figlia. Il regista danese è un po' come se fosse il personaggio interpretato da Charlotte Gainsbourg e il pubblico è come se fosse il personaggio interpretato da Stellan Skarsgård. Il regista dice e il pubblico fraintende. Lars è perfettamente riassumibile con le prime immagini del film, ove ad un certo punto, dopo delicati movimenti di macchina, ti piazza nelle orecchie i Rammstein (cosa che mi ha ricordato oltremodo l'Haneke di Funny Games). E a proposito di musica (non so se voluto) impossibile non notare il ponte tematico valzeriano tra von Trier e il  Kubrick di Eyes Wide Shut. Un film, quello di Kubrick, anch'esso amplificato nelle attese dal sesso come unico elemento d'interesse per un pubblico distratto e voyeur e affamato del proprio porno.

Per farla breve, giacché la pasta si raffredda, Nymphomaniac è un grandissimo film. Un film che filtra il tragico tema dell'amore attraverso il più immediato fattore epidermico. Ove per amore non si intende solo una questione di coppia o coppie che si accoppiano. L'amore è anche quel color sangue che scorre nell'animo e che va condotto... ramificato. Non un fattore puerilmente egoistico ma un qualcosa di altro e alto livello. È una scoperta sovente sconvolgente verso quel qualcosa che non hai mai chiesto. Verso un sentimento magari idiota e umiliante ma che va affrontato con una certa determinazione. L'amore accade, sempre. Che sia appeso come una foglia ad un momento da acciuffare o che sia insidioso, silenzioso o arditamente baldanzoso, l'amore –dannazione – accade, purtroppo. Isterilirlo, scacciarlo, magari ti rendono una pessima persona ma difficilmente ti renderà completamente estraneo. Capitolo dopo capitolo, con modalità differenti, von Trier ci mostra il porno dell'essere essere umano. La pornografia dell'assenza. Il dolore, l'attesa, il momento da cogliere e da mettersi in tasca o tra le cosce, il ribellarsi, il reprimere, il liberarsi (vuoi dai pesi vuoi dai fluidi). Un film che dice tutto questo e che dice anche altro non può quindi che essere un grandissimo film, perennemente da scoprire. Ed è per questo che, come ho già detto, caro von Trier, io ti amo e di questo, dovremmo discuterne. Per, eliminare, giustamente le affezioni infettanti.

Commenti

  1. un film che "ti entra nel culo per arrivarti al cuore"...
    direi che è la definizione perfetta. :)

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