MUKHSIN di Yasmin Ahmad (2007) Il mondo sopra un albero

Se da una parte sospetto di non aver mai visto un film malese fino ad ora, dall'altra credo che Mukhsin sia effettivamente il primo film malese che vedo. E, a visione ultimata, mi son domandato il perché io abbia aspettato tanto per imbattermi in un film malese. Dislocazioni geografiche a parte, ciò che conta è la capacità di saper raccontare storie come questa, di saperle raccontare con un animo al contempo leggero e profondo, cesellando in modo naturale la quotidianità e in questo caso, il racconto di un episodio estivo: l'incontro tra due adolescenti, rispettivamente di dodici e dieci anni. Da una parte Mukhsin, figlio di una famiglia disgregata, e dall'altra Orked, figlia di genitori che si amano come ragazzini o almeno come tutti vorremmo si amassero i genitori mentre solitamente si detestano e si sopportano fino a che morte non li separa. Ed è proprio al contesto di Orked che viene affidata l'introduzione del film. Una introduzione che già ci mette innanzi un modo di vedere il mondo. Il padre della bambina, un musicista, sta per iniziare un piccolo concerto in cortile, al suo seguito gli altri amici musicisti, la moglie, la domestica e Orked. I tuoni in arrivo minacciano pioggia e loro decidono di suonare una canzone sulla pioggia. Sovente, quando piove, la gente si mette a riparo - come se l'acqua ferisse -, Orked e sua madre si allontanano invece dal riparo del tetto per immergersi nel pieno di una pioggia sempre più intensa. Iniziano a ballare, con annessa citazione da Pulp Fiction. La vicina di casa le guarda e, sgomenta, si domanda come facciano a non vergognarsi, aggiungendo un: “Malesi che hanno dimenticato le loro radici”. La sequenza è all'inizio del film e ci dà subito una indicazione importante, frapponendo quello che per alcuni è inopportuno a quello che per altri è semplice ballare sotto la pioggia.
Un cinema delicato, malinconico e bello. Bello nel suo senso più immediato, nel suo esser puro, limpido. Mukhsin completa una trilogia evidentemente nonché dichiaratamente autobiografica. I precedenti Sepet e Gubra (che dovrò recuperare ben donde) raccontano anch'essi episodi della giovane Orked, alter-ego artistico nonché scrigno dei ricordi di Yasmin Ahmad, regista scomparsa nel 2009, a causa di un ictus che l'ha colpita proprio mentre riposava, con la testa appoggiata sul tavolo. Una raffigurazione di quiete, non fosse per la sua drammaticità. Il mondo familiare e culturale di Yasmin Ahmad quindi, qui nelle vesti di una bambina che ai più può apparire ribelle quando invece è semplicemente non circoscritta in dettami fin troppo usurati e usurpanti. A seguirla una madre vivace e spensierata che spesso e volentieri preferisce parlare in inglese e un padre che aiuta in cucina (cosa questa vista male da alcuni). Un padre che sa come risollevare il morale di Orked, facendole tornare il sorriso invitandola ad andare a vedere una partita di calcio. Così, come capita sovente: la coesistenza di momenti allegri o quantomeno spensierati con momenti decisamente meno divertenti. Porte che si susseguono, luoghi da affrontare con l'adeguata ottica, senza cedere all'arrendevolezza. Non a caso, come rivelato dalla regista, il suo più grande eroe cinematografico è Charlie Chaplin. Regista, tra gli altri, di Luci della città, "Adoro così tanto quel film (...) perché è d'accordo con il mio osservare che nella vita, grandi momenti comici e tragici esistono costantemente fianco a fianco."*
Sulle note di Mozart, la voce di Nina Simone e il tradizionale keroncong e con nella mente alcuni versi della poetessa Wislawa Szymborska, Yasmin Ahmad ci coinvolge senza il ricatto dell'eclatante o dell'eccesso di pathos; semplicemente tratteggiando episodi quotidiani quali passeggiate in bicicletta o arrampicate sugli alberi. Episodi nei quali lei rivede un ragazzo ma più di tutti un contesto e delle sensazioni. “Quel ragazzo che correva a piedi nudi lungo il nostro quartiere (...). Oggi, la sua silhouette scorre cautamente attraverso gli spazi nascosti del mio cuore. Ogni tanto. Ricordo il paesaggio di quei momenti molto più vividamente delle espressioni sul viso di Mukhsin, o anche la forma delle sue mani che sono state così spesso tese a me per aiutarmi a salire gli alberi. Ricordo che poteva scalare l'intera lunghezza di un albero di cocco in meno di un minuto; qualcosa che io non avrei mai potuto fare, nonostante le delicate lusinghe di Mukhsin. Quanto appariva alto un albero allora, quanto vasti i campi, e poi quanto piccole sono apparse queste cose quando finalmente sono tornata da loro come adulta. Ricordo i vicini. C'è stato un gran parlare di mia madre, la giovane laureata britannica che ha sposato un insegnante di musica. 'Che razza di madre avrebbe incoraggiato i suoi bambini a giocare nel pioggia?' 'Suo marito è un musicista, e sappiamo tutti come sono i musicisti!' ” **
Già a partire dai suoi “spot” (per campagne o associazioni) è quanto meno apodittico - come si suol dire - rintracciare l'elemento cardine di Yasmin Ahmad, in quella commistione tra drammatico e comico, tra arresti e riprese. Il tutto raccolto nel contesto familiare e, più genericamente, nei rapporti. Bambini e adulti che siano. In questa sua curata perizia mi ricorda un altro grande regista dei rapporti, Hirokazu Kore-eda e (giusto per la sezione “allora potrebbe anche interessarti...”) in Mukhsin ho rintracciato - seppur in forme distanti - afflati del Moonrise Kingdom di Wes Anderson. Film agli antipodi, chiaramente, ma accomunati dal saper offrire una poetica bambinesca coi fiocchi. Allontanandosi - come detto - dai trucchi emotivi, rifuggendo per questo dai primi piani e preferendo campi medi,  Mukhsin (che tra l'altro si pronuncia Mosèn) mi ha in qualche modo e oltretutto ricordato i film dello Studio Ghibli. Una certa estetica, un certo modo di addentrarsi negli elementi naturali e, a tal proposito, avrei voluto trovare una versione del film qualitativamente migliore, con immagini più pulite e meno sgranate. Dubito però di riuscir a reperire l'edizione in dvd blu ray, sottotitolata, nel negozietto sotto casa. Solo birra nel negozietto sotto casa, magra consolazione in tal caso. Ma anche senza la qualità più meritevole delle immagini Mukhsin è un film che ti solleva. Nel senso che ti distacca dal vaniloquio quotidiano, quel quotidiano fin troppo distratto ed iracondo e, issandoti (mostrandoti come si fa) porta in essere il districarsi dai nodi. Piove? Canta della pioggia. Diluvia? Mettiti a ballare sotto la pioggia. A ben guardare c'è sempre una partita di calcio che vorresti andare a vedere, c'è sempre il giusto modo per far volare un aquilone o ci deve essere la tenacia del provarci, c'è sempre – sempre - un modo per rintracciare del buono nelle mutazioni più impreviste. E questo Yasmin Ahmad c'è lo dice con delicatezza, senza sviolinate, senza virtuosismi. Disabituarsi al patetico per scoprire il cuore volitivo dell'aver cura. Sia per un primo mai dimenticato amore, sia per dei genitori (il film la regista l'ha dedicato a suo padre e a sua madre), sia per un luogo. Un luogo fisico e un luogo interiore, quello dell'adolescenza. 

*http://twitchfilm.com/2006/10/going-to-tokyo-interview-with-mukhsin-director-yasmin-ahmad.html


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