LA LA LAND di Damien Chazelle (2016) La La Recensione

Ero pronto ad accogliere questo film con un basso livello di attenzione. Pensavo che tutti i premi vinti fossero in certa misura meritati ma pur sempre esagerati. Dico, anche Whiplash era stato assai acclamato dalla critica e dal pubblico; eppure a me non aveva fatto per nulla impazzire. Troppo carico, troppi virtuosismi per raccontare di uno che non deve partire per la guerra in Vietnam ma vuole migliorarsi con la batteria. Un maestro cattivissimo (ma perché?), il sangue sulle bacchette (ma perché?), quel finalone infinito che vuole meravigliare a tutti i costi. Insomma, che palle! Quindi tra me e me ho pensato: Dai, lo guardo questo La La Coso ma tanto so che mi lascerà perplesso e pure annoiato. Be’, sai che ti dico? Ti dico che io ho finito per amarlo La La Land. Il film è iniziato, io avevo l’occhietto socchiuso, mi grattavo pigramente, c’era uno sbadiglio in canna e quando son partite le prime note già sentivo che mi sarei ritrovato a pipparmi le pallosissime canzoncine. Mmm, ecco cominciano a cantà. Cazzo, non è stato così. Più i secondi si accumulavano più i miei occhi si facevano attenti e la mia testa si raddrizzava. Oh my God! Questa scena è pazzesca! Sì, lo è. La sequenza di apertura del film di Damien Chazelle è fantastica. Stavo per alzarmi in piedi per mettermi ad applaudire invocando il bis. Avrei voluto sapere tutto. Come l’hanno girata? In studio o all'esterno? È davvero un piano sequenza? Quanto hanno lavorato su quei movimenti di macchina attorno alle macchine? Come si passava dal dolly alla steadycam? Or bene, detto tra me e te, si può dire* che quella scena (un’ouverture a tutti gli effetti) è una risposta un filino più ottimista all'inizio di Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher. Ma è anche un rimando al piano sequenza del Week-end di Jean-Luc Godard. Ed è anche una variazione al soffocante ingorgo di 8½ di Fellini. Ma anche un’ispirazione data da Les Demoiselles de Rochefort di Jacques Demy nonché un omaggio ad Amami stanotte di Rouben Mamoulian e a quella sua sinfonia parigina. La scena non è stata girata in studio ma in quel di Los Angeles, sulla sopraelevata che collega l'intestatale 105 alla 110 (lo stesso punto in cui la Jennifer Aniston di Cake medita il suicidio nonché il medesimo tratto da dove l’autobus di Speed spicca il volo). Non è un piano sequenza ma tre momenti cuciti abilmente insieme con un sistema dei raccordi, un ottimo falso raccordo mascherato. Questo di sicuro non rende il risultato complessivo meno eccezionale. 30 ballerini, un centinaio di comparse e un caldissimo fine settimana di agosto. Tassativamente, due giorni a disposizione; anche perché il luogo è reale ed intorno (come si può notare) si muove il mondo reale con le personcine che vanno a lavoro o vanno a casa e con aerei di linea che svolazzano su in alto. Non c’è uno schermo verde ove appiccicare immagini in post-produzione. No, qui c’è una preparazione minuziosa con a capo la coreografa Mandy Moore che, partendo da modellini Hot Wheels e da pannelli tappezzati di post-it, è riuscita a creare un numero musicale che per l’appunto mi ha destato d’improvviso. Lì, a seguire fino all'ultimo secondo, fino all'ultimo movimento, l’operatore che correva con la sua steadycam tra le auto per poi balzare delicatamente all'indietro su di una “gru di fortuna” che pian piano sale. Sì, lì ho pensato che La La Land meritasse tutta la mia attenzione.
    Al contrario di Whiplash qui non c’è l’odioso virtuosismo (anzi, in alcuni momenti c’è proprio un ridicolizzare il fraseggio fine a se stesso), anche perché il musical costituisce un genere assai eccentrico di suo. È un genere fatto di autenticità e assurdità. C’è lo stranissimo incontro tra due dimensioni, la dimensione reale e quella illusoria. C’è il vissuto e il cantato. C’è il danzare ma c’è anche il parlare. Insomma, c’è un equilibrio molto fragile. Comprendo quindi chi è restio a questo genere cinematografico, un genere ove l’empatia è a rischio. Difficile prendere sul serio dei momenti emotivi se dopo poco uno prende e canta. La La Land unisce in modo pregevole i due mondi per giungere poi a quello che è l’esempio migliore di tale fusione: Audition (The Fools Who Dream) cantata da Emma Stone (brano cantato dal vivo, senza traccia pre-registrata, con il compositore Justin Hurwitz celato oltre la parete a suonare il pianoforte). Se quel momento non ti fa venire i brividi, se non avverti in te un umano coinvolgimento, se non senti il cuore appallottolare il cinismo per gettarlo nel cestino, be’ allora sei un mostro. No, eh. Scherzo, ovviamente. Può non piacere la scena ma può anche farti quasi scendere una lacrimuccia mentre senti quel brano che parla di tentativi e fallimenti. Sì, perché il film di Damien Chazelle non è solo gente che danza felice. No, in realtà c’è tanta malinconia, se non vera e propria tristezza. E anche a questo serve quella energetica ouverture. Another Day of Sun, uno slancio più che una certezza. Un fare propositivo che significa che non è male provarci, provare a rendere la giornata solare. Devi provarci, sempre. Con audace cocciutaggine. Senza arrendersi allo stare imbottigliati nel traffico, chiusi in sé stessi a tormentarsi perché le cose, dannazione, non vanno. C’è uno sportello, c’è una maniglia. Esci da lì. Fuori c’è qualcosa, ci sono le persone, ci sono i rapporti, c’è la costruzione di un futuro. E per vedere come sarà tu devi andarci addosso. E cosa dobbiamo fare per crearci un domani? Per seguire i nostri progetti o le nostre aspirazioni? Sacrificare i rapporti? Impossibile saperlo se non ci provi. Ecco or dunque Mia (Emma Stone), attrice che sogna un futuro da attrice. Ed ecco Sebastian (Ryan Gosling), pianista che sogna di aprire un locale ove tenere in vita un genere in estinzione: il jazz. La La Land, il paese delle nuvole, il mondo dei sognatori. Sognare non fa male e a dispetto di Platone che diceva che l’arte è dannosa perché è come un sogno, una sbiadita copia della realtà, l’arte invece deve accompagnarsi al fantasticare. Devi rifornirsi di ciò che ancora non c’è e che, chissà, potrebbe realizzarsi.
Come simpatici allocchi bisogna quindi crederci in questo mondo dei sogni. Il mondo dei propri sogni che ad un certo punto però può diventare il mondo del sogno in comune. Non tanto, e non ancora, la realizzazione di una vita insieme ma almeno (per cominciare) la collaborazione a due. Il suggerirsi, l’accompagnarsi, il sostenersi. Il riconoscere l’uno il valore dell’altra. Mia e Sebastian lo fanno, si parteggiano a vicenda. C’è un momento (più di uno in realtà) nel film ove questo diventa un discorso. Quando il pianista, che sembra immerso nella sua musica, chiama a sé (con la musica) l’attrice e i due siedono davanti al pianoforte per riunire – il brano è City of Stars - quello che ormai sembrava un filo spezzato dalla routine degli impegni reciproci; immagine che poteva farsi stucchevole ma che invece evoca la condivisione mostrandoci in contemporanea un compendio di tutto ciò che era successo fino ad allora. Pensa, nella mia consueta stupidità ho creduto che quel momento non fosse un flashback ma un racconto cronologico srotolato in un montaggio. Stavo confondendo il tempo del racconto con quello della storia, stavo inciampando su una vera e propria acronia. Certo che qui (in questa scena) Damien Chazelle gioca parecchio con la narrazione, dimostrando di avere una notevole padronanza del linguaggio cinematografico. Non a caso il trentunenne Chazelle (31 anni e giri un film così!!) ha una laurea di Cinema conseguita ad Harvard; la sua tesi era un musical su un trombettista e una cameriera. Ancora coppie che si amano or dunque. Unioni. E l’unione tra Mia e Sebastian ecco che ci viene sublimata da prima, giustamente, nella danza. Una danza che non deve stupire per la sua perfezione (i due protagonisti sono attori e non ballerini professionisti) ma che deve trasmettere il calore dell’umana imperfezione. Da dire che i due ci sanno comunque davvero fare. Dico, hai presente quella scena sulla collina che si affaccia sulla Valle di San Fernando? Sì, lì sul Griffith Park di Los Angeles. Il primo duetto tra Ryan Gosling ed Emma Stone. Non è una figata?
Il modo in cui la scena inizia: i due passeggiano. E fin qui il film resta un qualsiasi film. Poi ecco apparire il piazzale con quell'alberello e quel lampione che immediatamente creano l’effetto palcoscenico: un chiaro annuncio che ora si entra nel musical. Nel vero musical, quello della vecchia Hollywood, quello vintage e fuori moda come il jazz o come le piccole sale cinematografiche (nel film appare il Rialto, uno storico cinema di South Pasadena inaugurato nel 1925 - chiuso nel 2007 - che un po’ di tempo fa Tarantino ha cercato di comprare). Dicevo, il momento di danza. Il numero di danza sulla collina hollywoodiana io non l’ho trovato né decorativo né marginale ma fighissimo. Un momento danzante perfettamente incastrato nella storia; non una parentesi immaginifica ma un concreto discorso musicale dell’incontro tra i due protagonisti. Una integrazione corretta tra lo spazio reale e quello musicale. Inoltre, sai una cosa che mi è piaciuta un sacco? Il fatto che ad un certo punto Emma Stone inizi ad infilarsi le scarpe da tip tap. Sì, è un musical e quindi bisogna adattarsi alla sospensione del concetto di verisimiglianza. Tuttavia l’idea che Mia, pur nella finzione del musical, decida di infilarsi le scarpe costituisce una palese frantumazione stilistica. La natura finzionale ti viene proprio sbattuta in faccia. Una sfacciataggine che io ho apprezzato assai. Dico, così come Ryan Gosling indossa da subito le scarpe giuste lo si poteva fare anche con Emma Stone e nessuno se ne sarebbe accorto. E invece, nel bel mezzo dell’azione, la Stone si siede e si cambia le scarpe, pur ben inserendo il tutto nel numero musicale. Alla faccia del cinema dell’integrazione narrativa, della richiesta negazione del contatto diretto tra il mondo del film e il mondo dello spettatore. Fantastico. Vabbè. A volte mi chiedo se solo io sto a notare codeste cose. Magari posso apparire come uno stupidotto che si fissa su particolari inutili o forse sono cose che notano tutti ma che in realtà non sono così eccezionali. Be’, in ogni caso volevo dirtelo. E vorrei dirti tante cose su questo film. Dirti di come mi sia piaciuto il suo narrare il tempo. Il modo in cui sembra che il canto e il ballo siano davvero il mondo tra le nuvole. Un mondo che si può abitare, anche se non per molto. Questo perché la vita, la vita che si tocca, ha tempistiche diverse. La vita reale non aspetta che la tua storia d’amore si faccia quasi indistruttibile, non ha tempo di attendere quel carattere solido e sincronizzato che si ha nei duetti danzanti. La vita reale ti lancia la merda contro e tu che vuoi fare? Startene fermo a collezionartela addosso? No, tu devi andare avanti e schivare e correre e arrivare a suonare il campanellino del primo obiettivo da raggiungere e poi ripartire e puntare al secondo obiettivo. È già un percorso stretto da fare da soli, figurarsi in due. No? No? Eh? Forse no. Ed è questo che il bellissimo finale vuole, chissà, dirci.
Si può provare nostalgia per una stagione ormai andata, nostalgia per un vecchio cinema in disuso, nostalgia per una musica dimenticata, nostalgia per un genere non più di moda. Ma si può provare nostalgia per qualcosa che non è mai successo? Credo che la parola esatta sia rimpianto ma forse non è neppure il termine più adatto. Rimpianto mi sembra una espressione troppo radicale. Quando riusciamo ad evitare un pericolo è come se nell'aria rimanesse la polvere del pericolo scansato, quella polvere che ci fa intuire la portata del danno scampato. Fosse anche un prezioso manufatto che quasi quasi rovinava a terra, non fosse che ci siamo mossi per tempo e l'abbiamo acchiappato al volo. C’è un momento lì, una sensazione che si consuma nel silenzio e nel respiro successivo. Un secondo di distrazione ed ecco apparire una macchina davanti alla nostra, freniamo anticipando persino la decisione, l’impulso cerebrale. Ci è mancato poco. Quasi si articolano le immagini di cosa sarebbe accaduto se avessimo avuto quell'incidente. Percepiamo di aver cambiato qualcosa, avvertiamo una inclinazione. Ci è andata bene. Non c’è qui la nostalgia delle conseguenze dell’incidente sventato ma c’è il sollievo. Ora, ti è mai capitato di incrociare uno sguardo? (Che detta così sembra pure una pubblicità di un profumo) Tipo in metropolitana, in coda al supermercato, sulle scale mobili. Spesso (cioè solo da quindicenne) mi è capitato di credere che in quello scambio di sguardi vi fosse non solo un banale giudizio estetico ma una intuizione. Una sostanza incidentale che si trascina un sospetto. Un alludere un qualcosa, una enumerazione deprivata dalla congiunzione. Svanito il momento resta la nostalgia. Non può essere un rimpianto visto che quella persona non la conosci. È un niente che ti nasconde un mondo. Un mondo che tu di certo non hai visto ma che hai, per pochissimo, percepito. Hai sentito qualcosa. Figurarsi quindi cosa può essere quando quei sentimenti coinvolgono una persona che conosci. Ma anche qui, come detto, la parola rimpianto mi pare fuorviante. Forse calza di più una espressione, probabilmente orrida, come assenza-nostalgica o nostalgia di una assenza. Potrei scriverci una struggente canzone con questo titolo. Damien Chazelle invece ci ha fatto un film in Technicolor.
Un film che alla fine mi ha lasciato davvero assai conquistato. Non pensavo potesse succedere, con un genere come il musical poi. Tutti a parlare così bene di La La Land che già sapevo che io non l’avrei trovato così esaltante; già sapevo che se qualcuno mi avesse tallonato lodando codesto filmetto commerciale io mi sarei tappato le orecchie dicendo ad oltranza: La la la la la la la la la la la la la la la la la la la la la la la la. E invece dalla splendida sequenza iniziale al bellissimo finale così coerente con il genere e allo stesso tempo coerente con la vita, ho attraversato il film restandone sempre affascinato. Azzardato dirlo ora ma io La La Land l’ho subito percepito come un classico (questa è grossa amigo). Perfetti movimenti di macchina (li ho amati), brani eccezionali (musiche di Justin Hurwitz e parole del duo Benj Pasek e Justin Paul), coinvolgenti coreografie e attori azzeccati. Ryan Gosling fa (molto bene) il suo ma il pezzo forte del film, il talento vero, è quello di Emma Stone. Emma Stone in questo film è incredibile. Ogni volta che entra in scena crea il vuoto attorno a sé. Riesce ad essere buffa ed intensa in egual misura. Riesce a farti sorridere e riesce poco dopo a farti commuovere. Impossibile non restar impassibili, non restar ammaliati dal talento puro di questa donna. Emma, cara, guarda prenditi questa bella statuetta dorata che te la meriti tutta, te la strameriti. Brava. Bravi tutti! Un applausone. Bis! Or ora non vedo l’ora di rivederlo La La Land. Immerso nella sala, con un occhio alla reazione degli spettatori. Fuori il freddo e le troppe cose spiacevoli dell’esistenza e dentro il calore di un film magnifico. Un cinema che credo non si possa neanche definire pop. Sarebbe sminuirlo troppo. Qui c’è davvero la passione cinematografica di un regista cinefilo (ho assai apprezzato quell'istante che omaggia Il palloncino rosso di Albert Lamorisse) e c’è anche un po’ di jazz con il Lighthouse Cafe, con lo sgabello di – pare - Hoagy Carmichael. Ed è quindi con un po’ di jazz che me ne vado. Non ben sapendo se ci si potrà rivedere in futuro, chissà, questa potrebbe essere l'ultima volta. Riallacciandomi a quella strada con le auto accodate, metto la puntina su A Foggy Day di Charles Mingus. Sì, lo so che il brano è di George ed Ira Gershwin ma ne esiste anche una rielaborazione di Mingus. C’è il traffico, gli automobilisti spazientiti suonano i clacson. Ma sentiamo davvero il traffico o è altro? Eh eh, è ben donde altro. È musica, è jazz, è l’arte che si prende una fetta di vita per rielaborarla e renderla migliore.

(Se non ne hai abbastanza segue commento post-Oscar 2017)

*http://ew.com/movies/2016/12/21/la-la-land-freeway-musical-number-damien-chazelle
http://www.thewrap.com/la-la-land-opening-scene-how-they-do-that
http://www.theverge.com/2016/12/20/14013530/la-la-land-choreographer-mandy-moore-movie-interview-damien-chazelle

AND THE LA LA MOON GOES TO...

Or bene come promesso eccomi al commento sugli Oscar 2017 che mi son sparato questa notte. E come detto, giuro su Kubrick che sarà l’ultima volta per me da queste parti. Tre brevi considerazioni a caso. In qualche modo sembra che La La Land, Moonlight e Manchester By The Sea tocchino un tema comune: il rimpianto. Un freno agli eventi, uno stop che accade. Certo, in diverse circostanze, diversi contesti ma trovo (nella mia totale inettitudine) che tutti e tre i film affrontino cotale aspetto. La La Land con quel musical volutamente pacchiano che sopraggiunge ad un certo punto; un luogo ove la vita è felice, giusta e meravigliosa. Moonlight con quell'incontro tra i due adulti amici, con quello sguardo poi alla spiaggia vuota e quel silenzio. E poi in Manchester By The Sea nell'incontro– davvero struggente - tra i due. Detto ciò, visto che sto per addormentarmi o forse no mi preme dire questo: Manchester By The Sea di Kenneth Lonergan. Il senso di colpa, la natura del lutto che può divenire una condanna quotidiana, l'elaborazione destinata a non arrivare mai, l'auto-punirsi costante. E poi il clima gelido della Costa Nord degli Stati Uniti a fare da colonna visiva (e in fondo allegorica) ad uno spirito ghiacciato. E le musiche anch'esse ricolme di gelo. Il ghiaccio contro i danni del fuoco. Un film complesso, molto, molto triste. Casey Affleck (già vincitore del Golden Globe come miglior attore) viene giustamente premiato anche con l'Oscar e il film si porta a casa altresì il premio come Miglior sceneggiatura originale. Michelle Williams appare poco ma quando lo fa colpisce oltremodo in una scena che ti prende lo stomaco e te lo distrugge. Insomma un gran film che mi è piaciuto assai. E poi… Un altro filmone. Un film che forse Salvini non metterebbe nella sua videoteca personale (ma credo che lui collezioni a malapena la carta igienica): neri e omosessualità. Che orrore!!! Vincitore del Golden Globe come Miglior Film, Moonlight di Barry Jenkins è una pellicola che ipnotizza per i suoi dialoghi e colpisce per il modo in cui scuote la virilità di maschi costretti ad essere degli alfa dagli addominali e dallo spaccio facile. La crescita, la maternità, la paternità e nel mentre la ricerca silenziosa della dolcezza e del bello. Tutto ciò racconta Moonlight, e lo racconta alla grande. Meritato quindi l’Oscar per Miglior attore non protagonista a Mahershala Ali che io ho trovato grandioso e meritato l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. E adesso... E adesso c'è che Moonlight ha vinto come miglior film!
In realtà poi non volevo tanto commentare i premi in generale ma quelli nel particolare; vale a dire i 6 Oscar assegnati a La La Land (del quale ho blaterato a caso qui) ma l'Oscar maggiore al bel film di Barry Jenkins mi ha effettivamente deluso. Ci sono rimasto male ed inoltre non si è capito bene quando abbia esattamente vinto. Un duro colpo, peggio del sapere che il Miglior montaggio se lo sia beccato La battaglia di Hacksaw Ridge; premio imbarazzante perché assegnato ad un film retorico - e per me brutto - in ogni sua forma. Per fortuna esiste Emma Stone e la regia incredibile di Chazelle. Ecco quindi che nel mio non contare nulla, lo do io l'Oscar come Miglior film a La La Land. Perché? Si sono dette e scritte molte cose su questo film, come tutto nella vita c’è a chi è piaciuto e a chi no. Io l’ho amato; cinematograficamente parlando. Penso seriamente sia un capolavoro moderno ed un nuovo classico. Guardandolo poi una seconda ed una terza volta, prende sempre più piede (danzando) che sì il film narri una vicenda di coppia ma più che altro (ATTENZIONE DA QUI SPOILER!! SPOILER!! ARRIVANO GLI SPOILER!!) ciò che prevale è il fallimento della coppia. La coppia può esistere solo o nella danza irreale o nei rimpianti immaginati. Le coppie falliscono quando non si guidano abbastanza, quando non hanno la stessa coordinazione speciale che si può avere nel ballo. Mia e Sebastian falliscono miseramente nella coppia; se solo si fossero impegnati di più. Se solo ci avessero creduto davvero: non nel sogno ma nella realtà di un rapporto a due. Il finale (bellissimo) ci dice questo. E ci dice pure che “La vita continua” e si riparte da zero con un One, two. One, two, three, four. Domani in fondo, se butta bene, potrà essere un altro giorno di sole. Questo è La La Land, e non solo. È anche cinema; cinema fresco come un gelato. Cinema dal sapore nuovo nonostante si rifaccia ai classici. Sì, ora prendiamola un po’ alla larga: in fin dei conti è quanto mai vero, il cinema è “la forma d’arte più accessibile, più diffusa e più importante del mondo dal punto di vista sociale, politico e culturale”*. L’aspetto curioso di questa vera e propria rivoluzione è che, alla fine, “Nessuno sa chi sia stato il primo ad avere l’idea di creare immagini in movimento”* così come non si sa chi sia stato il primo a far muovere una ruota e a pensarla come tale.
Dalla lanterna magica (XVII secolo) al fenachistoscopio (1849), al kinetoscopio (1889) di Dickson (pensato da Edison) si giunse allegramente al primo studio cinematografico della storia (il celebre Black Maria) nonché al primo comico starnuto. Lo starnuto di Fred Ott del 1894 che di fatto fu la prima commedia del cinema, anche se dal punto di vista strettamente di messa in scena la prima commedia tout court rimane L’innaffiatore innaffiato dei Lumière. Tra le altre cose ne Lo starnuto di Fred Ott una delle protagoniste era, guarda caso, una ballerina (Annabelle Moore). E sempre parlando di primati (non nel senso preistorico), fu sempre una ballerina (Carmencita) e le sue suadenti caviglie a provocare; provocando la prima censura cinematografica. La danza e il cinema han or dunque avuto da sempre uno stretto rapporto. E in questo rapporto rientra un altro rapporto (parliamo quindi di un’orgia), vale a dire quello tra Europa e Stati Uniti, tra l’opera borghese e il jazz, tra il bianco e il nero. Come si sa, in Europa non è che si tendesse a ballare come pazzi però un po’ lo si è fatto grazie all’opera. Opera che, va detto, vanta origini italiane o italiche o della patria (su ispirazione greca), nello specifico ci troviamo baldanzosi nei pressi del XVI secolo e nel gruppo della Camerata fiorentina, da lì il passo alla nascita del melodramma fu breve (vedi l’Euridice del 1600).
Agli italiani seguirono poi i cugini francesi che influenzati dal Romanticismo diedero vita al genere della grand’opéra (siamo qui giulivi all’inizio dell'Ottocento); un’opera lirica caratterizzata finalmente dalla fisicità. Punto di forza della grand’opéra erano la maestosità e il ballo. Da Parigi (ma fino ai 14 anni aveva vissuto a Firenze) arrivò fischiettando Jean Baptiste Lully. Cosa fece quest’uomo? Si sbronzò pesantemente in un bar da quattro soldi ruttando anagrammi? No. Unì in modo efficace la mimica al musicale: ideò la coreografia. Per festeggiare questa invenzione che piacque molto a Luigi XIV, Lully si sbronzò poi pesantemente in un bar da quattro soldi ruttando anagrammi. Attore e ballerino (collaborò anche con Molière) visse sulla sua pelle l’ironia della vita infortunandosi ad un piede con un bastone mentre teneva il tempo; non volendo curare uno dei suoi strumenti di danza perì per la conseguente gangrena. Siamo quindi giunti al musical? Quasi, il musical così come lo conosciamo arriva nel 1933 con il film Quarantaduesima Strada di Lloyd Bacon. Detto ciò formalizziamo un attimo il formato. Come sai fu negli anni Ottanta (dell'Ottocento) che un bel dì verso le 16 sbucò William K.L. Dickson – un ingegnere – per dire a tutti: “Gente! Da oggi si cambia! I film dovranno avere un formato 1,33:1 o al limite 4:3. Capito?”. Una vecchia che girava col carrello della spesa pare abbia detto; “Tsè, giovani drogati”. Poi arrivò il 1932 e l’Academy, per evitare troppi casini, impose lo standard Academy ratio, cioè il formato 1,37:1*. Passarono vent’anni e qualcuno si ruppe le palle e gli Studios per difendersi dalla diffusione della televisione, passarono ai formati panoramici tipo il Cinemascope (visto per la prima volta ne La tunica del 1953). In sostanza il Cinemascope utilizza una simpatica lente che crea il formato 2,55:1. Ora, come puoi notare, La La Land inizia nel formato 1,33:1 per poi passare (palesemente) ad un rapporto 2,55:1. Ossia il Cinemascope, quel formato andato poi fuori moda negli anni Sessanta.
Or bene, c’è voluta molta strada e molta inventiva per giungere ad un genere abbastanza atipico. Guardando La La Land molte cose di quei primi passi (di danza) si possono cogliere con una certa nostalgia. Prendi il favoloso inizio del film, quella primissima carrellata. La macchina da presa si muove in orizzontale mostrando la fila di auto per poi percorrere lo spazio scenico inoltrandosi nel traffico. Io già questa soluzione l’ho trovata fantastica, qui il film per me era già un classico. Con una certa lacrimuccia mi è quindi venuto da pensare ad Jean Alexandre Louis Promio, e a quel giorno (25 ottobre) del 1896 in cui decise di posizionare il cinématographe su una gondola*. Il risultato fu uno di quei primi film ove il titolo conteneva già lo spoiler: Panorama del Canal Grande visto da un battello. Questa trovata della camera sulla gondola veneziana inaugurò la macchina in movimento. Nel 1897 sbucò invece Robert W. Paul che iniziò a sperimentare movimenti in verticale ed in orizzontale grazie alle riprese del giubileo di diamante (“celebrazione tenuta per un 60º anniversario”) della regina Vittoria. Ma il vero padre di quel movimento di macchina lungo le macchine in La La Land è Giovanni Pastrone. Fu lui a brevettare nel 1912 l’uso del carrello. Prova a guardarti Cabiria (1914) e capirai l’origine di tutto e capirai perché poi è nata l’espressione Cabiria movements. All’inizio di La La Land abbiamo quindi un vero e proprio Cabiria movements. Sempre in quella scena del film di Chazelle assistiamo poi ad un’altra invenzione molto fica (e tipica del musical): la gru. Ad inventarla fu nel 1929 Pal Fejos* una mattina in cui disse: “Mah, mi sa che oggi invento la gru per il cinema”. Cotale mezzo venne poi preso e reso celebre da un regista che delle riprese dall’alto ne fece un marchio di fabbrica, Busby Berkeley, regista e coreografo (omaggiato in La La Land giacché le riprese in piscina erano un suo must). E lo fece perché pensò che fosse il modo più fico per filmare le... coreografie dei ballerini. Ed è proprio con una cosa alla Busby Berkeley che si chiude la pazzesca prima scena di ballo di La La Land: la macchina da presa sulla gru che ci regala dall’alto la chiusura della coreografia.
Bellissima cosa il cinema vero? Lo aveva intuito anche Bergson quando nel 1914 scrisse su un banco (prima di appiccicarci una gomma da masticare) che il cinema “può suggerire idee al filosofo (…). L’essenza della luce, del suono, non è la vibrazione? L’occhio vivo non è forse un cinematografo?” **. “Il film non si pensa, ma si percepisce” scriveva altresì Merleau-Ponty bevendo non un Merlot ma un Fernet Branca. Il cinema or dunque offre direttamente l’esserci al mondo. Cinema e filosofia quindi assieme funzionano molto bene, sosteneva il filosofo francese. Questo perché il cinema mette a fuoco i comportamenti. Uno invece che non è che fosse molto d’accordo era Paul Valéry (per gli amici Ambroise Paul Toussaint Jules Valéry). Valéry non era propriamente un cinefilo, per lui il cinema era meramente caratterizzato dal sogno. Di parere ben diverso era invece lo psicologo Cesare Musatti, per il quale il cinema “ha tutti i caratteri della realtà” pur non essendo “effettivamente in alcun luogo”**. Ed un'altra esperienza simile, per il nostro simpatico Musatti, si ha proprio nel sogno: “L’inconscio (…) è il bambino, il selvaggio, il delirante, il sognatore che stabilmente si ritrova ancora in ciascuno di noi”**. Come dimostra La La Land (riprendendo il cinema del disincanto francese degli anni Trenta) dal sogno bisogna comunque svegliarsi; bello sognare ma nella realtà alla fine ci devi davvero sbattere la faccia. Chazelle ce lo dice mostrandoci immagini meravigliose, tecnicamente notevoli e ce lo dice utilizzando un genere ove il sogno la fa da padrona: il musical. Parole, danza, musica. Tanti suoni. Se ci pensi è curiosa questa cosa. Il sonoro in forma completa arriva nel 1928 (Le luci di New York di Bryan Foy), il suo scopo è quello di rinforzare il senso di realtà, di accrescere il realismo. Paradossalmente il musical è un sonoro irreale; nel senso che purtroppo non avviene nella vita di tutti i giorni. Quando si va a fare la spesa nessuno parte con un numero musicale che coinvolge poi tutto il supermercato. Con il musical accade quindi qualcosa di davvero eccentrico: c’è un doppio sogno. Quello dei protagonisti e quello del genere cinematografico e in più c’è il sonoro, nato per dar verità al reale.
Per Walter Benjamin (ti ho rotto le palle parlandoti di lui nella non-recensione di Westworld) il cinema ha una “qualità tattile”, modifica le cose grazie alle inquadrature e questo crea una sorta di spaesamento (lo stoss del nazistello Heidegger)**. Non solo, sempre per il nostro amato Benjamin il cinema è “la forma d’arte che realizza l’essenza tardo-moderna di ogni arte”**. Nel cinema ogni esperienza estetica è possibile e in La La Land questa esperienza è stupenda. Per me almeno. Come ribadito è girato divinamente (ed io sono pure ateo), con tante piccole cose sistemate proprio bene (per evitare di blaterare ulteriormente, su questo aspetto rimando a codesto azzeccato articolo di BadTaste; e non mi pagano manco per fargli pubblicità) ed ha poi questo tono carico di speranza e allo stesso tempo carico di tristezza e senso di sconfitta. C’è davvero di tutto nel film di Chazelle. C’è il cinema, c’è l’evento estetico della première avant-garde, c’è l’illusione, il voler credere a tutti i costi e anche il saper di non poterci credere fino in fondo. È un film da vedere e rivedere La La Land; quel tipo di film che ogni volta ti fa scoprire cose diverse. Ha sì delle imperfezioni (minuscole) ma va bene lo stesso, va benissimo.
E a proposito di piccole imperfezioni chiudo la sbobba facendoti notare un particolare dell’ultima (densa) scena. Quella in cui il sogno si fa palesemente sogno, quella in cui la speranza è morta, quella del paradossale sogno felice-infelice. Quella in cui si può solo far finta di aver costruito una vita in due. Ecco, accade che Mia e Sebastian si siedono a guardare il classico filmino di famiglia (un 16 millimetri anamorfico impresso sulla pellicola***). Ad un certo punto c’è stato un piccolo problema con la macchina che si è inceppata. Cosa fare? Ripartire da capo? No, la scena e quel difetto è stato lasciato e allora eccoci a guardare immagini ballonzolanti che creano un effetto vintage, un reale più reale nell’irreale. La magia imperfetta della pellicola contro la freddezza controllata del digitale. Sono quindi assai contento (e deluso) per gli Oscar a La La Land. Un film oscuro ma che ha bisogno di tanta, tanta positività. Perché? Be’, perché nonostante tutto abbiamo bisogno di farci un balletto dalle parti di Mulholland Drive. Ed hai poi presente Hollywood? Dico, la nota località cinematografica ove un tempo primeggiavano gli aranceti? Si trova a poche miglia da Los Angeles - come ben sai - ed è soprattutto a due passi dalla frontiera messicana. Chissà quindi se dietro l’enorme scritta Hollywood del monte Lee, Trump deciderà di costruirci un bel muro. Per adesso i muri si saltano e vi si danza, intonando Another Day of Sun assieme a ballerini e cantanti di ogni età e colore. È un mondo che non esiste – e questa meravigliosa unione pare di questi tempi più che mai lontana - ma non significa che un giorno non potrà essere così. Cerchiamo di crederci un pochetto, o perlomeno, illudiamoci di riuscire a farlo. Per quanto sempre di più la società stia cercando di dirci che immigrato, clandestino, rifugiato, siano brutte parole da associare a gente che “ci ruba il posto di lavoro” e per quanto noi ormai ci stiamo davvero abituando a questo, almeno l'inizio (stupendo) di La La Land ci dice che una cosa è forse ancora realizzabile: la natura umana. La natura umana è multipla e non esistono colori o razze, o immigrati e clandestini, esistono movimenti. Esiste l'umanità. Esistono le persone. Il resto è mera merda.

* 100 idee che hanno fatto la storia del cinema by David Parkinson
** Lo spettacolo cinematografico by Termine & Simonigh


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