CARTA RUBATA AL CULO (o in ultimo su Minimo Gramellone)

Domenica mattina di secoli fa mi sono messo in piazza a leggere il giornale circondato dai piccioni e dai bambini e dai palloncini dei bambini. Sembrava che tutto fosse come doveva essere, una bella giornata di sole, pochi sofismi nella mia testolina, mi sentivo meno depresso del solito e avevo persino voglia di sorridere e anche di non alcolizzarmi. Sfogliando il quotidiano sono andato a vedere la classifica dei libri più venduti. E non so se mi è scoppiato un didimo o forse era il palloncino di Spongebob della bimba accanto ma ho udito una netta esplosione. Il motivo? Al primo posto e persino in salita vi erano e vi sono da trentaquattro settimane Massimo Gramellini e Chiara Gamberale con il loro Avrò cura di te. Mi è salita sù una malinconia profonda e irrimediabile, questa era l'esplosione: mi è esplosa la tristezza. Cosa è successo da un secolo a questa parte? Perché in vetta alle classifiche vi è il vuoto che mi causa esplosioni testicolari? Prima non era così. Dico, prima del prima del prima. C'era una volta, come mi diceva mia madre. Be', sì. Tempo fa in questa galassia così vicina da essere questa, un gruppo di persone ha iniziato a scoprire il fantastico mondo della scrittura. Pur non facendo parte di coloro che a ben diritto potevano essere indicati o riconosciuti come scrittori, queste persone sono riuscite ad imporsi e a fare del loro non saper fare un riuscir a pubblicare. Sembra incredibile, ma è successo proprio così. Il gruppo di persone si è allargato nel tempo e nello spazio, e se all'inizio erano gli scrittori mediocri ad auto-proclamarsi scrittori gira che ti rigira o abracadabra nonché sim sala bim, ecco sbucare come pulci un mellifluo apparato categoriale. D'improvviso son diventati scrittori tutti. Ma proprio tutti tutti. Dagli sportivi agli attori, dai conduttori dei programmi televisivi ai giornalisti, dai bambolotti gonfiabili ai tosta pane. In un pianeta di questa galassia erano tutti magicamente divenuti scrittori. La loro scarsissima dimestichezza col mestiere li ha portati anche a creare un mercato. Un mercato che è diventato il mercato dei non-scittori. 

Dalle origini della scrittura alfabetica (dalle parti del IX secolo a.C.) alle origini -i tempi nostri- di intendere la pratica dello scrivere è avvenuta l'intergalattica rivoluzione della non-scittura di successo. Come è potuto accadere questo? Come è stato possibile? Chi lo ha permesso? E in quale angusto luogo questi non-scrittori producono le loro imbarazzanti opere di successo? Be', io non lo so con esattezza ma ho cercato di venirne un pochetto a capo prendendo come punto di partenza un qualcosa di imprescindibile, imprescindibile e importante persino per queste baldanzose orde di non-scittori: la lettura. Sì, perché come dice il docente Rosamaria Loretelli neL'invenzione del romanzo* oggi "la parola scritta occupa stabilmente il nostro inconscio, vi ha depositato la sua logica e le sue modalità d'ordine, la narrativa ci appartiene; noi, oggi, agiamo come essa ci guida ad agire e pensiamo come ci ha insegnato a pensare". Quello che leggiamo ovviamente ci costituisce, in qualche modo, e la cattiva scrittura ci dice in egual modo, aggiungo io. Leggere brutti libri magari non ci rende brutti ma di certo ci rende meno acuti, un pochetto più ignorantelli (per quanto riguardo l'approccio alla prosa, alla grammatica) e più di bocca buona, come si suol dire. Il medesimo meccanismo della tv o del cinema o del cibo giacché siamo quel che mangiamo. Se mangio Massimo Gramellini e il suo dozzinale modo di scrivere ne esco fuori forse molto spirituale (come un vapore che colma) e con tanta bontà ma anche con poco materiale e lui,  Gramellini, per una drammatica conseguenza, si ritrova con milioni di copie vendute. D'altrocanto anche il re Teodorico non sapeva scrivere ma questo non gli ha impedito di essere un re. Per firmare si serviva di sagome (d'oro) traforate, Gramellini per scrivere usa un'altra sagoma traforata che gli permette abilmente di stendere la formula soggetto e predicato. Ad ogni modo, si diceva, la lettura. 

Agli albori della lettura, cotale pratica costituiva un certo esercizio fisico. Leggere sulla carta era faccenda complessa, se si tien conto che la carta non esisteva e che tuttavia esisteva la parola cartha. Leggere in pieno I secolo a.C. un volumen dall'umbilĭcus richiedeva pose diverse dallo stare svaccati sul divano o seduti sul cesso. All'inizio, poco prima della scrittura alfabetica, andava forte la scrittura come linguaggio commerciale. Sorprendente in tal guisa come ciò sia in qualche modo ritornato oggi - il linguaggio commerciale - nella scrittura alfabetica propriamente detta. La contabilità in scrittura del VIII secolo a.C. e la contabilità in scrittura del ventunesimo secolo. Avrò cura di te ci suggerisce Massimo Gramellini, No, grazie, meglio di no mi viene da rispondere. Non leggiamo prose degne di questo nome ma numeri carichi di emozioni. Emozioni che, con lo sviluppo della pratica scrittoria (tornando ora ai vecchi tempi andati) andarono innanzitutto a calcificare annotazioni di carattere politico. Scrivere era ancora informare; il silenzio della scrittura nonché della lettura erano ancora faccende deplorevoli. Per capire, ancora nel V a.C. secolo il leggere in silenzio costituiva una questione equivoca in quanto bizzarra. Bizzarra ma in evoluzione; la crescita del "raccogliere con le orecchie" (legere) era in atto. Grazieaddio arrivarono i monasteri e i monaci, con il catarro o anche senza. Leggere era faccenda seria e silenziosa (il silenzio nelle biblioteche non era cosa per niente scontata ai tempi, anzi); se vi trovate in biblioteca e qualcuno bisbiglia in modo eccessivo fate orgogliosamente ricorso alla Regola di San Benedetto. Silenziosamente e con importanti evoluzioni della forma scritta la lettura giunse lì dove potevamo pensare di trovarla da subito: nelle scuole. Le scuole del XII secolo. Le prime cotte, i bulli, la squadra di football, le majorettes, il ballo Incanto sotto il mare. Un secolo dopo, si andava a compiere anche un altro passo fondamentale. Fondamentale sia per Massimo Gramellini e sia per tutti gli amanti dello scrivere bene. Scrivere era diventato più semplice e al processo di scrittura sotto dettatura si avvicinò quello del So scrivere e quindi scrivo per i cazzi miei. Non a caso nel XII tal Bonaventura da Bagnoregio, detto Giovanni Fidanza per gli amici, definiva chi poteva dirsi autore. Autore è chi "scrive cose che vengono da lui". Alle evoluzioni in seno alla scrittura e alla lettura sovraggiunge quello che la Loretelli definisce un qualcosa di clamoroso: "la scrittura e la lettura entravano nella segretezza, ed era diventato possibile non far sapere agli altri che cosa si scrivesse e che cosa si leggesse". A questo evento, un po' più tardi (in zona metà del Quattrocento) seguì la rivoluzione della stampa a caratteri mobili. Lo scrittore - ormai in piena consapevolezza di esserlo - aveva il suo mezzo, il consolidarsi da tale unione ebbe una lunga evoluzione (ancora nel Seicento stampare un libro appariva poco consono, un ozio da condividere in intimità) ma il matrimonio era nato. Nel 1747, sbucò in Inghilterra il copyright, una proprietà fondamentale in codesto felice matrimonio. Alla fine del 18° secolo scrittore e libro avevano un loro corpo fatto e compiuto, ove per fatto e compiuto si intende - come ciliegina sulla torta - anche la copertina. Sul finire del Settecento leggere un libro era come oggi leggere dallo schermo di un cellulare; sul cesso o sul leggio la bulimia del leggere** si era impossessata di lettrici e lettori. 

Questa concatenazioni di eventi ha portato seriamente alla nascita dello scrittore Massimo Gramellini? E dico lui perché attualmente nella narrativa (nella NARRATIVA) primeggia con la sua nuova fatica a quattro mani, Avrò cura di te. Un pochetto imbarazzante riassumerne i contenuti: Gioconda è una trentacinquenne che tanto ha sofferto e quasi come tutti sul pianeta Terra non è che viva in un apogeo di serenità ed armonia. Per grande sfiga anche il ragazzo l'ha abbandonata e a lei non resta che disperarsi fino a quando, nella magica notte di San Valentino trova un biglietto della nonna ove la nonna aveva scritto ad un angelo, l'angelo custode. Che bella idea! Gioconda non perde tempo e scrive pure lui all'angelo custode e cosa succede? Succede che l'angelo custode le risponde, l'angelo Filemone. Così, di botto, mi viene da pensare: Ma che stronzata è?! Non ho avuto il coraggio di acquistare cotale libro ma leggendolo di sfuggita in libreria la cosa che salta agli occhi è innanzitutto una: è scritto da un bambino delle elementari. Dico, a livello di prosa. E poi c'è tutto il resto, ossia le verità del cuore, dell'anima, la purezza dei sentimenti e il coraggio di non arrendersi e il guardarsi dentro. Sono uscito dalla libreria guardandomi dentro e con una sgradevole sensazione. Sentivo che ancora una volta un non scrittore ce l'ha messo nel culo. Ero così depresso che mi sono scolato qualche birretta, per cercare di dimenticare. Pure ora che ci ripenso mi viene voglia di sbronzarmi senza un domani. O sognando di svegliarmi in un mondo in cui Gramellini, Barbara D'Urso, Fabio Volo e tutti gli altri non appaiono in libreria. Il mondo dei non-scrittori di successo. Gioconda e Filemone e tutto quel manipolo di beoti che ad un certo punto della loro vita si sono alzati ed han detto: Ma sì, mo' lo scrivo pure io un libro! Alla quinta birra mi sono messo a scrivere. Ho scritto direttamente a Gramellini perché volevo esternare questo malessere. Lui non mi ha risposto, forse manco mi ha letto ma riporto (nella versione sobria e cioè rimasterizzata) quanto ho scritto a lui: 

Mi sento triste. Molto triste. Io la guardo in televisione e mi sento molto triste. Ma lei, mentre racconta storie tristi di gente triste non se ne accorge. Lei delle persone tristi se ne fa voce e ne è la voce ma, alla base, quelle persone tristi continuano a vivere nella loro tristezza con l'aggiunta di 16 euri in meno. Certo, anche lei ha avuto una vita triste, ma anche noi, anche noi abbiamo avuto la nostra vita tristre. Eppure, eppure per qualche curioso caso della vita lei della tristezza ne ha fatto un'arte. E penso che in cuor suo lo sappia. Lei non sa scrivere. E non dica che non sia così. Lei non sa scrivere ma ha venduto più di un milione di copie ed è stato tradotto in 22 Paesi. Lei che non sa scrivere ha venduto più di un milione di copie in 22 paesi. 22 paesi leggono la sua prosa. La sua prosa! La prosa di una persona che non sa scrivere. Lei questo lo sa? Io credo di sì. E penso che la cosa la faccia un pochetto sentire in colpa. Appare in quel programma di Fabio Strazio e si capisce che lei lì ci sta malissimo. Con lui che fa marchette a scrittori non scrittori. Penso che in lei permanga ancora della onestà culturale. Ne sono convinto. Infatti non penso che lei sia una pessima persona, anzi. Lei è un giornalista e come giornalista scrive bene e questo è molto bello. Lei ha vissuto i suoi drammi ed ha cercato dall'esperienza di fare del bene ad altri; un fare del bene a livello di scrittura. Una cosa estremamente positiva. Continui a farlo. Ma almeno, almeno doni il dono della scrittura ad altri e resti nella carta dei quotidiani o dei settimanali. Dica che lei non sa scrivere, in modo esplicito. Dica che il milione di copie vendute sono vendute sulla non-scrittura. Se può, attui la buona norma del rimborso. Tutti noi abbiamo perso qualcosa. Persino io, ma di questo non ne ho fatto una non-scrittura. Io da Fabio Strazio non ci vado, non vendo il mio malessere sublimandolo con (in o per) persone che non sanno cosa sia lo stare male. Io so, io intuisco cosa sia per lei lo stare male. Cosa sia il soffrire. Il soffrire non è un trofeo. Ma a parte queste tristi storie sul triste soffrire, il soffrire non è lo scrivere male. Ma lei invece... Lei invece scrive male. Lei non è uno scrittore. Lo dica apertamente. Dica ai suoi lettori che lei non è uno scrittore. Dica loro che il LEGGERE e lo SCRIVERE sono altra cosa; sono altra cosa dal suo miserevole (per il mondo dello scrivere) milione di copie vendute. Lei è molto di più di Fabio Volo. Di quella schifezza partorita dalla "cultura" di massa. Lei, grazie al Cielo, non è Fabio Volo. Lei non ha una casa a New York costruita sul non sapere fare un cazzo. Lei, è molto di più. Ma non è di certo uno scrittore. E quindi dia spazio agli scrittori veri. Dia spazio a chi della scrittura non ne fa solo un Fabio Strazio. 

Ogni forma di mediocrità valorizzata mi fa venire il mal di pancia e sviluppa in me molta tristezza. L'elogio del mediocre è un crimine contro la scrittura che va punito con una bacchettata sulla manina e il ritiro della tastiera. A partire da lei, come scrittore. Ma lei non è uno scrittore. Lei vende ma non è uno scrittore, il vendere e lo scrivere sono due cose abissalmente differenti. E quindi che tristezza. Io mi sento triste quando vedo il suo nome in classifica. Nei primi posti. Con lei la scrittura muore. Lo sa? Or dunque ribadisco, non il suo dire o il suo pensare mi fa stare male, ma il suo scrivere. Anzi, il suo non saper scrivere. Lei meglio o peggio di me saprà cosa è il leggere e quindi, di conseguenza, lo scrivere. Il liber, quel sostantivo latino, ossia la corteccia. Sacrificare quindi un albero per il nostro voler dire (e quindi il suo non saper scrivere). Tito Pompeo Attico sarebbe lieto, forse, degli spazi a lei dedicati. Ma io, nel mio pessimo essere me, penso che lei oltre a vendere sul nulla del suo (non) scrivere venda -suo malgrado- sul nulla di un paese smarrito. Culturalmente ed eticamente parlando. Abbia cura di me, abbia cura di noi. Smetta di scrivere libri chiamandoli libri. Cosa questa che ovviamente non avverrà, ma almeno ora io mi sento triste in modo diverso. Scevro persino dei suoi massaggi sentimentali. 

FINE


Ecco, ho scritto questo. Certo un pochetto tignoso da parte mia e nel mio essere ma non sono proprio riuscito a non esternare. Gramellini. Colui che da bambino voleva fare il pompiere e il capo Sioux. Colui che a dodici anni aveva cambiato idea, puntando al voler diventare scrittore e psicologo. Io non so se si sia riuscito a diventare psicologo ma nel mio piccolo so e credo profondamente che lui non sia riuscito a diventare uno scrittore. Questo perché scrittori non si diventa ma si è. Non è una professione, non la scegli. Come dice Paul Auster, vieni scelto dalla scrittura e non viceversa. Massimo Gramellini non è diventato uno scrittore, non lo è. Scrive, vende. Ma non è uno scrittore. A questo punto, meno male che non è diventato manco un capo Sioux, giacché poveri Sioux ad aver Gramellini che si crede un capo. 

* L’invenzione del romanzo: dall’oralità alla lettura silenziosa by Rosamaria Loretelli (collocazione in biblioteca: 1021 CLP LOR)

** Una rivoluzione della lettura alla fine del XVIII by Reinhard Wittman

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