QUESTIONE DI TEMPO di Richard Curtis (2013) L'armadio di mio padre

Un gran bel romanzo di Ian McEwan (e di grandi bei romanzi ne ha scritto parecchi) si intitola Bambini nel tempo. Un libro che non parla di bambini che viaggiano nel tempo ma di bambini strappati dal tempo, precipitati in un oscuro antro temporale, quello della scomparsa a seguito di un rapimento. Anche in questo film di Richard Curtis (e tra parentesi gira voce che lui voglia appendere il ciak al chiodo) ci sono figli e genitori ma per fortuna senza derive così drammatiche. Ed inoltre c'è anche Ian McEwan, in forma amorevolmente cartacea, vittima di infantile entusiasmo. Insomma, una quadratura del cerchio insita più che altro nella mia mente infetta, ma da qualche parte dovevo iniziare e quindi inizio da qui dicendo che questo film è fantastico. Fantastico perché racconta una storia fantastica (i viaggi nel tempo). Ed è poi un film con dei meriti che magari non ti aspettavi. Quello che all'inizio sembra la solita pellicola scacciapensieri magari un po' sciocca, diventa nella sua evoluzione un qualcosa di ben più profondo. Superata la disarmante nonché spudorata questione dei viaggi nel tempo (la metodica chiuditi nell'armadio e stringi i pugni è così buttata lì da risultare paradossalmente passabile) e sfruttato a dovere il lato comico della reiterazione, il film con una piacevole leggerezza nonché facezia ti fa entrare nel nucleo centrale di ogni cosa: i rapporti tra esseri umani. Lo fa utilizzando soluzioni intelligenti e men che mai sdolcinate. Si veda ad esempio (no spoiler) la sequenza del primo incontro tra Tim e Mary. Richard Curtis, che con questo Questione di tempo credo abbia realizzato oggettivamente il suo film migliore, ha qui il merito di non prendere in giro lo spettatore. C'è onestà e non furbizia e quindi merita attenzione.
"C'è chi dice che il mondo divide ogni minima frazione di secondo in un infinito numero di versioni possibili in costante ramificazione e proliferazione”*, detto questo penso che sia oltremodo curioso il come la tempestività plasmi e governi la nostra vita. Pochi secondi possono fare la differenza, oltre che in negativo anche in positivo. Chissà quante volte, per dire, hai incrociato l'uomo o la donna della tua vita (o giù di lì) ma per tutta una serie di circostanze sincroniche l'evento dell'incontro vero e proprio è stato sempre mancato. Mancato per cinque minuti o per soli due maledetti secondi. Mancato per un nulla. Oppure, all'opposto, chissà se i bei momenti vissuti insieme alla persona amata sopravvivono ancora da qualche parte, se è possibile rintracciarli materialmente, in forma di volitive particelle. O ancora, se il tempo relativamente parlando è viziato dall'osservatore stesso, quale portata dare alla forma ricordo in relazione al vissuto presente? Mah. Chi vivrà vedrà, non ci son più le mezze stagioni e da qui la relazione umana come condivisione di tempo. E oltre alla condivisione tra innamorati quale è un'altra condivisione fondamentale? Quella con in propri genitori. Sovente ti accorgi troppo tardi di quei due individui che si sono presi cura di te. Poi arriva il giorno in cui ti rendi conto di quanto ti mancheranno. A seconda se avevi un legame più forte con tuo padre o con tua madre. La persona che più di tutte ti ha amato incondizionatamente ti viene portata via e tu, in modo disarmante, ti ritrovi a contemplare la tua solitudine, quella vera. Il restare solo, deprivato da quella affettività disinteressata e pura. Una affettività animale. Il distacco definitivo e la cementificazione definitiva di un legame. Per rimandare o decostruire  questo naturale ciclo vitale cosa vi è di più comodo della possibilità dello spostarsi nel tempo? Rimediare ai piccoli e grandi errori. Tim, il protagonista del film, ha il sostanziale culo di poterlo fare. Di poter concretizzare il rifare. È un curioso fattore genetico in dote ai figli maschi della sua famiglia.
Con i vagabondaggi temporali ci si diverte sempre ma si combinano anche un po' di casini. A tal riguardo credo che l'ultimo film visto da me sul tema sia stato La ragazza che saltava nel tempo di Mamoru Hosoda. Lì l'effetto farfalla aveva il suo bel sbatter le ali, in Questione di tempo il meccanismo per fortuna non viene fatto roteare vorticosamente giacché, come forse detto, la preziosa magia è quasi un pretesto o un secondo piano di un primo piano (come direbbe il mio ex docente di filosofia teoretica). Sfruttato in modo certo divertente il fattore Hey, mi sposto nel tempo, il film muove dolcemente verso i protagonisti all'interno di quel tempo. L'umanità prevale. E bando a quelle critiche che leggono il tutto come la storia di un ragazzo buonissimo e bravissimo che ha un padre buonissimo e bravissimo e che incontra nella sua strada una dolce fanciulla buonissima e bravissima. Leggere il film in questo modo è, per quanto mi riguarda, estremamente riduttivo nonché approssimativo. I personaggi non sono così buonissimi e bravissimi; se lo fossero Tim si eviterebbe i salti nel tempo e vivrebbe felice nel suo mondo buonissimo e bravissimo. Questione di tempo non è neanche un film pulito e rassicurante, non è un film stucchevole e meno che mai un film buonista. A suo modo è un film che evidenzia delle complessità, le complessità delle relazioni. Tra l'altro, cosa significa essere buonissimi e bravissimi? Dico, l'esaltazione del rosa a scapito del laido fetore. Essere buonissimi e bravissimi significa desiderare di incontrare una ragazza? Significa il provare empatia per gli altri? Significa il voler bene al proprio padre? Significa il voler bene alla propria sorella? Significa l'aiutare, potendo, gli altri? Essere buonissimi e bravissimi significa il voler stare bene? Be’, se è così mi sa che di buonissimi e bravissimi ve ne sono parecchi in questo mondo. Per fortuna.
Non c'è banalità nel volgere il proprio esistere al tentare, quando possibile, di godersela. Di respirare a pieno le cose positive (sempre troppo poche) e di elaborare quelle negative (sempre troppe). E non c'è banalità nel desiderio di abbracciarsi. Nel cercare quell'abbraccio che sì, non risolverà seduta stante il risolvibile, ma almeno farà tanto bene. Per quanto io (da sobrio) non ami il contatto fisico posso constatare effettivamente che l'abbraccio sia un gesto meraviglioso quando trova la sua sincera volontà d'essere. Mi auguro che un po' tutti abbiano sperimentato l'abbraccio. Non dico l'abbraccio tra amici al pub ruttando e cantando vecchie canzoni di marinai ma quell'abbraccio che è stato gesto indispensabile, necessario, vitale. La sospensione della parola per dar parola al gesto. Ora, non c'entra quasi nulla ma una volta (durante un mio lungo periodo di volontariato) mi è successa una cosa curiosa a seguito di un intervento per un incidente stradale. Il percorso dalla sede al luogo dell'incidente è sempre un percorso preparatorio. Speri ovviamente di non imbatterti in nulla di grave ma al contempo ti prepari all'affrontare un qualcosa di grave. Soprattutto ti prepari ad affrontare visivamente quel qualcosa di grave, questo per evitare di farti distrarre ossia turbare dal trauma fisico altrui. Non è bello quando il tuo soccorritore si fa prendere dal panico. Ad ogni modo siamo arrivati sul posto (come si dice nello slang). Non ricordo le dinamiche dell'incidente ma ricordo questa donna di circa quarant'anni seduta sul lato passeggero, credo le mancasse una scarpa. A quanto pareva il colpo l'aveva spostata dal sedile del guidatore a quello del passeggero. Apparentemente e per fortuna non vi erano traumi evidenti, c'era solo un'inspiegabile dinamica inerente alla cintura di sicurezza. Lei era cosciente, vigile. Quindi (dopo aver fatto le cose che andavano fatte) via verso l'ospedale. Mi son ritrovato con lei: lei sulla barella, al di sopra della tavola spinale e col suo bel collare ed io seduto accanto. Era giustificatamente spaventata e ad un certo punto mi chiede se posso prenderle la mano. Certo che sì. Appoggio la mia mano sulla sua e lei chiude delicatamente la sua sulla mia. Il contatto tra perfetti estranei. Estraneità in quel momento annullata dall'emergenza del contatto, dal dar la voce al gesto. In quel momento eravamo buonissimi e bravissimi? O eravamo due semplici esseri umani che facevano la cosa più naturale del mondo? Il contatto, quando dovuto, non è mai banale, è umano. Tornando quindi ora con una capriola al film, gli abbracci e i gesti che i protagonisti si scambiano non sono messi lì a caso. Non sono astute e scomposte soluzioni registiche ma sono il naturale fluire degli eventi. Richard Curtis non si inventa un gesto per furberia, lo fa per consequenzialità. (Sì, ma la tua parentesi della donna in ambulanza?)
C'è evidentemente molto di personale nel film, lo si percepisce. Certo, non credo sia per la questione del chiudersi nell'armadio per tornare indietro nel tempo. Quella diciamo è una licenza poetica. Il personale è nel contesto familiare, nel rapporto paterno. È in questo sentore di verità che il film, ebbene sì, emoziona. Io generalmente vado in giro a spaccare rocce con il mio martello pneumatico e a schiacciare le casette dei Puffi ma devo confessare che nel momento topico del film mi son stupito del mio (quasi) inumidirsi degli occhi. Ho cercato di fare il duro mascherando il tutto con un colpo di tosse e un peto ma ormai era fatta, dannazione il film mi aveva toccato. Un film che inizia in modo astruso, che viaggia su toni gradevoli e buffi e che poi a sorpresa ti commuove, Be’, non posso che definirlo un bel film. Sia nei contenuti che nella forma (penso alla bellissima sequenza del temporale). Nonché poi un bel film grazie anche al cast. A partire da Domhnall Gleeson, per passare poi ad un fantastico Bill Nighy, senza dimenticare la splendida Rachel McAdams né la tormentata Lydia Wilson (la sorella di Tim, apparsa tra l'altro anche lei – come Domhnall - in Black Mirror nell'episodio National Anthem, era la principessa Susannah). E come se non bastasse, il film è graziato da una colonna sonora di tutto rispetto. Da un uso inatteso e davvero azzeccato de Il Mondo di Jimmy Fontana fino alla favolosa Into My Arms di Nick Cave. Or dunque e ben donde ben vengano film così. Film ai quali non daresti nulla ma che poi sono capaci di sorprenderti e di dire cose importanti pur restando in quell'ambito (apparentemente) leggero. Passato probabilmente troppo in sordina (si dice in sordina?), depauperato da contemporanee uscite cinematografiche più puerili e inconsistenti, Questione di tempo è certamente un film da conservare in archivio nonché da riscoprire.


*Bambini nel tempo by Ian McEwan

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