STAR WARS: EPISODIO V – L’IMPERO COLPISCE ANCORA di Irvin Kershner (1980) L’asma di mio padre


Vi potrebbe essere un filo sottile che lega la commedia italiana scostumata o smutandata degli anni Settanta con il rischioso seguito di Guerre Stellari. Non so, cerco di immaginarmi Lino Banfi ed Edwige Fenech alla guida del Millennium Falcon, con Pippo Franco e Alvaro Vitali rispettivamente nei ruoli di C-3PO e R2-D2 e con Bombolo nel ruolo di Chewbecca. E poi, per chiudere dignitosamente il tutto, mi raffiguro Nino D'Angelo nelle vesti del tormentato eroe Luke Skywalker e Mario Merola nel ruolo di Darth Vader. Colonna sonora ovviamente degli Oliver Onions e regia di Sergio Martino. Sì, lo so. È un film che tutti avremmo voluto vedere, Darth Fenech. Ma il filo sottile, dicevo, risiede nel buco. Nel senso che per Irvin Kershner l’esperienza filmica è come guardare dal buco della serratura, uno spiare d’improvviso le vite altrui. Kershner si è ritrovato a dover sbirciare nelle stanze di Lucas finanziato da Lucas stesso. Caro Kershner ti lascio maneggiare i miei slip preferiti e ci metto pure la mia maglietta di Boba Fett, vedi di non rimpicciolirmi e scolorirmi niente. Un incarico non prettamente semplice e infatti non deve essere stato molto semplice seguire con leggiadria il percorso spaziale. Avere tra le mani un materiale così pregno quale l’universo di Star Wars e sciorinarlo attraverso il notevole numero di 64 set disponibili. Il rischio di metter su un baraccone insulso era elevato, un fallimento a spese di Lucas. Inoltre, per quanto riguarda il mondo spettatoriale, incombeva il fattore Chi cazzo è Irvin Kershner?! Irvin Kershner (uomo tra l’altro abbonato ai seguiti: La vendetta dell’uomo chiamato cavallo, Robocop 2) è uno di quei registi che si fa fatica a ricordare. Onestamente, così a caldo, alle domande “Quale è il titolo del libro da cui è stato tratto Rambo?”, “Ma è D'Agostino che dà uno schiaffo a Sgarbi o è Sgarbi che dà uno schiaffo a D'Agostino?” e “Chi ha diretto L’Impero colpisce ancora?” vi è qualcuno che sa rispondere con baldanzosa celerità? C’è davvero qualcuno in classe che alza la manina e dice con irritante sicumera “Io, io, io. Prof io, io lo so!”. Be', io non lo so. Anche or ora farei fatica a rispondere. Eppure questo simpatico individuo di mezza età, ritrovandosi tra le mani la non semplice creatura di George Lucas è riuscito a trasformare l’importante primo capitolo cinematografico di Guerre Stellari in una saga molto fica. Saltellando dalle caverne ghiacciate di Hoth alla Città delle Nuvole del pianeta Bespin, ruzzolando fino alle paludi nebbiose di Dagobah e sorvolando i baffi di Lando Calrissian, Kershner ha realizzato quello che da molti (e credo anche da me) è considerato l’episodio migliore di Star Wars. Già, il capitolo V è venuto fuori davvero bene. Come una bella torta che Nonna Papera ti tira fuori dal forno, mangia caro nipote, mangia. Grazie nonnina.
Come detto comunque, il cinema è un fantastico lavoro di squadra e nello specifico per L’Impero colpisce ancora la Nonna Papera non era solo Kershner, il gustoso dolce è il risultato di una riuscita collaborazione. Per dire, nella squadra di Kershner c’era una sceneggiatura – o quel che ne è rimasto – di Leigh Brackett (colei che ha scritto Il grande sonno e Il lungo addio), c’era la penna di Lawrence Kasdan (quello di I Predatori dell’Arca Perduta), c’erano i disegni di Ralph McQuarrie (tra l’altro lui e la sua tavola compaiono fugacemente nel film), c’era George Lucas che dal suo ranch controllava a distanza. E c’erano anche vecchie portiere di auto, tubi di aspirapolvere, bevande porta-allegria, pericolose pomiciate e battute fantasma. Un gruppo ben accessoriato per un film che non ha un inizio e che non ha una fine. Sì, perché è così e da qui vai di SPOILER. L’Impero colpisce ancora inizia - come Una nuova speranza – non dall’inizio; ci ritroviamo già da subito nel centro dell’azione. Ma se Guerre Stellari aveva una fine, questo V capitolo ci lascia un po’così; in sospeso a guardare la galassia. Il tipico finale che porta te e il tuo compagno di poltrona a guardarvi interdetti. Uscite dal cinema e continuate a guardarvi. Vai a casa e guardi interdetto il cane e guardi interdetto il gatto e tua moglie ti guarda interdetta. Vai a dormire che contempli il buio che pure lui ti guarda interdetto. Ti alzi la mattina e fissi la tazzina di caffè. Vai a lavoro, guardi interdetto i colleghi. Viene poi il capo che ti dà le nuove direttive e tu manco lo ascolti ma lo guardi interdetto. Lui ti dà dell’incompetente. Poi esci da lavoro. Sali in auto senza neanche pensare che sei in riserva e d’improvviso, sulla tangenziale est all’entrata nord domandi a te stesso e all’abitacolo: “Cazzo ma… Finisce così?!”. E sai che dovrai aspettare almeno un paio di anni per sapere il resto. Or dunque, un film in bilico può essere un bel film? Certo che sì. Perché? Questo, scientificamente, non lo so. Ma posso appellarmi a qualche ricordo d’infanzia - tralasciando l’intensa attività masturbatoria - e cercare di percepire le sensazioni del momento. Ricordo che alle elementari ci capitava di giocare a Star Wars e ricordo molto bene che l’episodio più gettonato nelle nostre fantasie era questo, L’Impero colpisce ancora. Ovviamente essendo io nero non potevo fare la parte super fica di Han Solo, io dovevo essere quello stronzo di Lando Calrissian. Ma che ruolo del cazzo è da far interpretare ad un bambino? Cristo, partivo già davvero svantaggiato nella vita. Lando, uno che lo mette in quel posto a tutti e che vorrebbe anche accoppiarsi senza ritegno con la principessa Leila. Uno che fa inciuci con Darth Vader e che viene strangolato da Chewbecca. Uno così sfigato che si è pure perso il Millennium Falcon a carte, con una mano sfortunata a sabacc. Gesù. Infatti io il ruolo di Lando Calrissian non lo volevo fare e non lo facevo. Optavo invece per C-3PO e muovendomi come un robot impazzito me ne andavo via. Da qui è facile evincere il perché del mio animo disturbato e atonale.
Drammatiche storie di infanzia a parte, è importante notare come nel mio microcosmo andasse forte L’Impero colpisce ancora. Tra noi piccoli umani andava forte come oggi vanno forte gli estensori e i tatuaggi e i piercing sul naso. Con l’unica differenza che non c’era il rischio di annusare un estensore appena sfilato, né vi era il rischio di saltare di corsa un cancello e scoprire, una volta atterrati dall’altra parte, di aver lasciato il piercing e un pezzo di naso appesi ad un aculeo del cancello suddetto. Nella totale sicurezza noi marmocchi puzzolenti ci gasavamo unicamente con la moda dell’Impero. Inoltre a dieci anni è un po’ difficile pretendere un piercing. Come direbbe Massimo Gramellini con una delle sue tanto simpatiche frasi: esercitavamo il muscolo atrofizzato della fantasia esercitando qualcosa di cool (e ugualmente nerd) come Star Wars. Pensandoci ora (rabbrividendo con un ultimo colpo di coda per il frasario gramelliniano) penso che gran parte del successo de L’Impero sia dovuto al fatto che fosse ed è un episodio completo nella sua incompletezza. 
"Ascoltare le stronzate di Aldo Magro tu non devi."
Ne L’Impero colpisce ancora c’è spazio per tutti. I nostri graziosi beniamini appaiono in tutto il loro splendore. Anche qui R2-D2 interviene in modo fondamentale nelle situazioni critiche ma in aggiunta assume più spiccatamente una personalità. C-3PO qui riveste con maggior aplomb un ruolo comico oltremodo di spicco. Il diversivo comico per eccellenza. Quello che Kershner definisce (nel commento nell’edizione in dvd) il suo personaggio shakespeariano, nel senso che Kershner ha fortemente contribuito al rafforzamento dei personaggi secondari. Un C-3PO maltrattato, zittito con una mano in bocca (adoro e odoro l’assurdità logica di quella scena), smontato, rimontato, tenuto tra le mani come il teschio del povero Yorick dell’Amleto. Poi c’è Chewbecca ancora più peloso e indaffarato con il Millennium Falcon e Han Solo che per far funzionare la sua nave si affida al più classico gesto da uomo versus tecnologia: un pugno. “Abbiamo un mezzo ipertecnologico che va più veloce della luce” e ti basta dargli un pugno per fargli accendere tutte le luci. E poi sì, lo stesso Millennium Falcon qui appare in modo più sostanzioso, iconografico nel suo presentarsi incessantemente scassato e al contempo appetibile come un hamburger. A tal proposito, se anche pochissimi secondi di apparizione di un mega verme affamato (nel mondo reale aveva una circonferenza di 15 centimetri) viene fatto oggetto di citazione nonché di eccitazione allora è adamantino come una pizza con patatine fritte che siamo innanzi ad un prodotto riuscito. Ne L’Impero colpisce ancora hanno tutti un loro spazio nello spazio. Non c’è nulla che stoni nella scrittura dei personaggi, di questo tipo di personaggi. Seguendo Kershner (e cioè il regista), il problema era effettivamente il trovarsi a dirigere il secondo film di una trilogia, nel senso che “il secondo film di una trilogia di solito è più tranquillo. Come la seconda parte di una sinfonia o il secondo atto di una commedia. Più caratterizzazione e meno azione”. Be', è davvero così? Sì, ma d’improvviso Irvin Kershner si è ritrovato in mezzo alla neve, su un ghiacciaio in Norvegia. Il primo giorno di riprese ha avuto il battesimo di meno trenta gradi sotto zero. Tutta la troupe all’ingresso dell’hotel, con la macchina da presa puntata su Mark Hamill che zampetta all’esterno. Entra ed esce dall’hotel per evitare di diventare uno Jedi congelato. Poi tocca ad Harrison Ford che dopo aver aperto in due un tauntaun ed averci infilato dentro Luke Skywalker si gode a pieni polmoni una ventata di refrigerio. Per fortuna arrivano i quatropodi a riscaldare l’atmosfera.
Ispirati dal (nonché omaggiando il) romanzo La guerra dei mondi, i quatropodi sono l’ennesimo elemento caratterizzante della serie. Ricordo anche di averne visto uno dal vivo. [Allegare qui musichetta stile viaggio nel tempo] Ancora una volta sono un piccolo bambino, nella camera del tipico fratello maggiore del mio amichetto. Quest’uomo, questo tipico fratello maggiore del mio amichetto, ha un mobiletto chiuso da invalicabili ante di vetro. All’interno del mobiletto tutta una serie di navi spaziali di Star Wars. Roba seria, mica pensata per noi puzzolenti infanti. Tante belle cosucce in scala tra cui un bel quatropode bello grosso. Provo invidia, poi odio. Poi penso di poterla fare franca nell’ammazzare tutti e scappare con la collezione di modellini, mobiletto incluso. Naturalmente non ho ucciso nessuno (ma avrei dovuto) ed ero abbastanza sensibile da evitare di tormentare i miei con richieste assurde quali acquisto in lotti di costosi giocattoli di Guerre Stellari. Ebbene sì, in oltre trent’anni di vita ho sempre ben celato il profondissimo desiderio di avere in casa un Millennium Falcon. E so che finirà come in Morte a Venezia: io che contemplo un giocattolo del Millennium Falcon fatto volare in spiaggia da un infante. Un infante ariano che tratta troppo male quel giocattolo, ma io non posso farci niente giacché sto morendo e nel mentre dalla fronte ecco che inizia a colarmi la tinta per capelli. 
Meglio tornare all’avanzata dei quatropodi, con quei loro piedoni e quei tonfi che non sono nulla di più e nulla di meno che il risultato di un’esplosione di artiglieria registrata nell’Oklahoma e di una cesoia meccanica. Nel completare il tutto, il sound designer Ben Burtt ha usato – per il ronzio delle gambe – il cigolio del coperchio di un cassonetto dei rifiuti. Cerchi il suono giusto per impreziosire il film stellare più fico di sempre? Be', lo troverai nel bidone della mondezza davanti casa. Hai problemi con la ricerca del suono degli speeder? Ossia non sai che sonorità appuntare su quelle navette spaziali che vanno contro ai quatropodi? Niente di più consono che il rumore dell’autostrada di Los Angeles filtrato dal tubo di un aspirapolvere. Oltremodo coerente il fatto che una tecnologia difettosa come quella di Star Wars viva di elementi poveri, artigianali, di riciclaggio. Sentiamo i suoni di C-3PO in movimento ma non possiamo minimamente sospettare che quei rumori sono il risultato dell’acquisto di una portiera di una vecchia Cadillac Eldorado. Portiera con il motorino per l’apertura dei finestrini che per l’appunto costituisce il suono di C-3PO in movimento. Sottosuoni per quello che – come dice Lucas – non è un prodotto di fantascienza. Nel senso che Star Wars è una space opera, cioè un sottogenere e cioè un qualcosa che sta tra la fantascienza e il fantasy. E quindi i fumetti della prima metà del secolo. Non fumetti di supereroi ma fumetti d’avventura. D'altronde, ne evincerai cara lettrice e caro lettore che di supereroi in Star Wars non ve ne sono. Per meglio dire, i personaggi sono difettosi quanto i marchingegni che li circondano, hanno bisogno di mettersi a posto. Come C-3PO giacché, puntualizza Lucas “l’idea del robot che viene smontato e poi cerca di farsi riassemblare viene sviluppata sia con Luke che con Han. È un motivo del film, di qualcuno che si è fatto a pezzi e cerca di riassemblarsi di nuovo”. Ed è soprattutto per questo che L’Impero colpisce ancora è un film cupo. Oltre alle mutilazioni e alle celate scene di tortura (siamo sempre in Star Wars, un film pensato anche per i bambini) vi è una fangosa, tangibile, immersione nell’oscurità. Per comprenderlo ulteriormente, a scanso di equivoci, compare tutto un pianeta che è l’allegoria di ciò: Dagobah.
Allegoria del rimosso, della ri-costruzione di sé, del pericolo insito nel diventare il nemico di sé stessi. “Se hai una cattiva opinione delle cose”, commenta Lucas, “se ti comporti male o porti la paura in una situazione dovrai difenderti o pagarne le conseguenze”. Questo succede addentrandosi tra gli alberi di Dagobah. Per meglio dire, questo succede se come maestro ti capita il personaggio più importante del film, il personaggio più personaggio dei personaggi: il fantastico maestro Yoda. Già da solo, Yoda con la sua Forza basterebbe a far de L’Impero colpisce ancora il film più fico della saga. Con Yoda, dice Lucas, “aspiravamo a creare qualcosa di virtualmente impossibile. (…) Dovemmo radunare tutte le nostre energie creative per realizzare Yoda”. Già, come rendere reale né quanto mai ridicolo un pupazzo verde alto 80 centimetri? Contattando il miglior burattinaio della galassia, ossia Frank Oz. Realizzato da Stuart Freeborn e manovrato da Oz, si dette letteralmente vita ad “uno dei più grandi Jedi di tutti i tempi”. Dopo la morte di Obi-Wan Kenobi  (pare suggerita dall’allora moglie di Lucas in virtù del fatto che in Una nuova speranza doveva pur succedere qualcosa di drammatico) si rimaneva con un allievo senza maestro. Impossibilitato dal trapasso, Obi-Wan non poteva fare molto per insegnare la Forza a Luke. Allora, per l’ennesima volta, Lucas si rivolse al mito. Ossia a quel “motivo mitologico che attraversa un sacco di storie”, il personaggio mistico che si manifesta sotto forma di un qualche animale apparentemente insignificante. I più passano accanto a questa creatura “ignorandola, sminuendola o denigrandola. L’eroe invece è gentile con lui”. La gentilezza dell’eroe palesa poi la magia della creatura. “Il ranocchio magico sul ciglio della strada”, come dice Lucas. Nel mondo reale invece la magia risiede nel lavoro di Frank Oz. Vano fu poi il tentativo da parte del gruppo di far ottenere una nomination ad Oz. I burattinai non sono attori, venne ribattuto dallo Screen Actors Guild. Lucas ritenne la cosa assai offensiva e probabilmente se vi fosse stato Chewbecca avrebbe ritenuto anche lui la cosa offensiva e avrebbe provato a strozzare qualcuno. Sempre a proposito di magia come non menzionare Harrison Ford e le sue tattiche di seduzione? Il giovane Ford era davvero un bel tipino e se lo poteva permettere oltremodo. Gira L’Impero colpisce ancora nel 1980, I predatori dell’arca perduta nel 1981 e Blade Runner nel 1982. Se questa non è una tripletta da infiocchettare non so cosa possa esserlo. Forse un intreccio di peli nel mio capezzolo, ma neanche. E quante volte lo abbiamo visto baciato, morsicato, schiaffeggiato e ancora baciato? Eppure, sostiene Carrie Fisher, ad Harrison “non piacciono i baci sullo schermo”. Ma ne L’Impero colpisce ancora tocca baciarlo questo Harrison e per la Fisher è anche la prima vera scena di bacio della sua carriera. Sì, aveva già baciato il fratello Luke ma non vale, quelli erano baci volanti e incestuosi. Quindi immaginiamoci la graziosa Carrie pronta a farsi sbaciucchiare da Harrison Ford. La scena sta per essere girata, tutti sono pronti. Harrison è pronto, si avvicina un attimo a Carrie Fisher e: “Poco prima della scena mi disse di quella volta che ha avuto delle ostriche in bocca e che al momento del bacio le ha passate in bocca all’altra persona. Aspettavo dunque quel bacio con grande eccitazione”.
Citando il regista si può ad ogni modo e ben donde dire che “un bacio in questo film è come un rapporto sessuale”. Nel senso che bisogna sempre rimanere in ambito Star Wars e da questo si evince che scordati di vedere Lino Banfi ed Edwige Fenech sul Millennium Falcon. Innocenza portami via quindi. Un’innocenza tuttavia incastonata per benino nell’oscurità del film. Toni da vecchie avventure di una volta (di tanto tempo fa) frammisti ad arti amputati, frammisti a sequenze da film muto tipo Han, Leila, C-3PO e Chewbecca che ballonzolano da una parte all’altra della nave. Uno può pensare che avessero costruito una sofisticata piattaforma a pistoni ma in realtà l’effetto era dato da Kershner che gridava “Destra!!” e tutti si lanciavano a destra mentre la macchina da presa sterzava a sinistra e poi ancora Kershner che urlava “Sinistra!!!” e tutti si lanciavano a sinistra e la camera a destra. Una perdita di equilibrio che si è poi espansa anche nel privato. E sì, probabilmente sto un pochetto rompendo le palle con questi graziosi aneddoti e con questa non-recensione prolissa a tal punto che se uno deve fare la cacca preferisce andare a fare la cacca ma la storia del pulisci-tavoli tunisino rientra perfettamente all’interno del film. Come è noto gran parte de L’Impero colpisce ancora fu girato in quel di Londra e lì alloggiavano i nostri baldanzosi beniamini. Una sera nella casetta di Carrie Fisher arriva Eric Idle. E chi cazzo è? Uno dei Monty Python. Eric era alle prese con Brian di Nazareth e aveva pensato bene di portare con sé una bevanda atta a far stare allegre le comparse di Brian di Nazareth, il pulisci-tavoli tunisino. Dopo poco sovraggiungono prima Harrison Ford e poi i Rolling Stones. Fu subito festa e simpatia e tanto buon umore. Rimasero alzati fino all’alba e poi si recarono al lavoro, ossia sul set. Si girava l’arrivo nella Città delle Nuvole. Come ricorda la Fisher: “Quando arrivammo a Cloud City fummo molto contenti”, parafrasando erano sufficientemente psico-alterati e guardando quella scena si intravede che ridono a caso.
Non si può or bene dire la medesima cosa per quanto riguarda Luke e la sua incredibile scoperta tutta concentrata in una di quelle frasi che anche chi non conosce Star Wars conosce. Lo spoiler per antonomasia: “Io sono tuo padre”. Super, pazzesca rivelazione. Tanto super che quella battuta non fu mai né inserita nel copione né pronunciata nella scena. David Prowse (doppiato poi da James Earl Jones) insieme a tutti gli altri – eccetto Mark Hamill – scoprì solo alla prima al cinema che Darth Vader era il padre di Luke Skywalker. E quindi complesso edipico a gogo, dopo questo anche la camera di congelamento al carbonio sembra una passeggiata. E invece no e giuro ora la smetto con questa sfilza di aneddoti. Prima che Han venga congelato come una confezione di piselli novelli, Leila gli proclama finalmente il suo amore. “Ti amo”. E Han risponde… nulla. Inizialmente la contro battuta doveva essere un “Ti amo anch’io” ma per Kershner la cosa non funzionava. Erano arrivati all’ora di pranzo e tutti volevano chiuderla lì e andare a farsi una birra giacché l’Inghilterra si prestava allo sbirrettamento. Bisognava però chiudere la scena e allora ecco gli attori che si prodigano per inventarsi una qualche battuta che possa andare bene ad un personaggio come Han Solo, uno che non può rispondere “Ti amo anch’io” come uno stronzo qualsiasi. “Che ne dite di…”, “Facciamo che dice…”, “E se invece…”. Dopo una mezz’ora estenuante e con i peli di Chewbecca che iniziavano a puzzare in modo interessante per via del caldo eccessivo il regista si arrende e dice di girarla così com’è e ciccia. “We shoot the scene as it is and flab”. Ciak, azione. Carrie Fisher confessa il suo “Ti amo” e Harrison Ford la butta lì e ci spara un laconico: “Lo so”. Kershner ne resta entusiasta e dice semplicemente “Fatto! Tutti a pranzo”. 

E anche io ora me ne vado a pranzo e anche un po’ a ‘fanculo visto che non è che abbia scritto molto sul film. Ma pensandoci bene cosa puoi scrivere su L’Impero colpisce ancora che già non si sa? C’è tutto l’universo Star Wars, c’è un livello di profondità per niente scontato e che anzi, riesce a rimanere ugualmente nel tono “leggero” del film, ci sono cose memorabili come il maestro Yoda e l’uso della Forza (dopo questo film ho provato un sacco di volte a recuperare oggetti usando la Forza, inutilmente), c’è Darth Vader che si aggira minacciosamente e che quando si stufa di uno dei suoi semplicemente lo strozza, “Lei mi ha deluso per l’ultima volta ammiraglio”. Ci sono i subalterni di Darth Vader che riescono anche ad esser sottilmente comici nonché a rischio (la sequenza dell’ammiraglio Piett che per pochi secondi sorprende Vader infilarsi il casco mi ha sempre fatto pensare. In sé racchiude un punto debole di Vader frammisto all’idea di esser sorpresi da qualcuno mentre ti stai masturbando o ti stai pulendo il culo. Si percepisce un certo imbarazzo da parte di entrambi). Ci sono immersioni in acqua e nel subconscio nonché un’infinita serie di creature e marchingegni spaziali. L’Impero colpisce ancora è semplicemente fico, semplicemente geniale, semplicemente memorabile. Ti butta lì una tematica bella tosta come il rapporto padre e figlio e ti mostra un padre ed un figlio che si scontrano con le spade laser. Un occhio superficiale e spocchioso può pensare: bella cazzata. Ma non lo è. Come detto Star Wars segue Star Wars, non può di certo essere Sokurov né vuole esserlo ma risiede qui la forza di questo quinto capitolo. Rimanere su un livello “di massa” e affrontare non superficialmente temi alti. E quindi eccoti Vader, il padre meno esemplare di tutti. Quello che si evince ne L’Impero colpisce ancora è che lui più che a suo figlio è interessato a prendere il posto dell’imperatore. Vader non è dalla parte di Luke, non vuole Luke perché è suo figlio. Lo vuole perché sa che in lui, per quanto giovane, può trovare un alleato. Darth Vader pensa unicamente al suo interesse. Alla fine i veri padri di Luke sono Obi-Wan e Yoda. La paternità di Vader è palesemente una… maschera. Vader è come quei padri gelosi dei figli appena nati, temono solo di perdere un posto comodo, accogliente. Ora, è chiaro che io non posso proferire molto a riguardo visto che non sono padre di nessuno. Ma l’esperienza mi ha insegnato che effettivamente la figura paterna è una figura sovente di comodo. Un padre spesso è solo un uomo che si sforza di esserlo, poi si stanca e continua per la sua strada. Il fatto poi che si sollevino scuderie di fanatici pronti a difendere la famiglia mi fa ridere e cagare contemporaneamente (bella immagine tra l’altro) ma questo è un altro discorso o forse no, forse è proprio il medesimo discorso visto ne L’Impero. Ed è con questo entusiasmo che vado ora a gustarmi qualche zuppa a Dagobah, “il pianeta fangoso, acquitrinoso e sempre nebbioso”.

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