STAR WARS: EPISODIO III - LA VENDETTA DEI SITH di George Lucas (2005) La nascita della tragedia


Viene difficile pensare che un qualcosa di sostanzialmente irreale possa aver influenzato così profondamente strutture sociali, culturali e politiche. Giusto l’altra sera, mangiando una pizza, mi son chiesto: senza il cristianesimo ci sarebbe stato il nazismo? Come scrive Browning nel suo Le origini della Soluzione finale, da subito - ossia nel primo secolo dell’era volgare - i primi seguaci di Gesù ce la misero proprio tutta per “convincere un numero sufficiente dei loro correligionari ebrei del fatto che egli fosse il Messia”. Una massiccia operazione di spamming quindi. Vota Gesù, vota Gesù, vota Gesù. Peccato che agli ebrei di votare Gesù non interessasse moltissimo. Per ripicca allora gli autori del Vangelo decisero di “ingraziarsi le autorità romane e insieme stigmatizzare gli oppositori, attribuendo la responsabilità della crocifissione agli ebrei piuttosto che a loro”. Ad infiocchettare definitivamente la contrapposizione arrivarono i disordini in Palestina e la distruzione del Tempio. I cristiani infatti lessero questi eventi come la “meritata punizione per il loro caparbio rifiuto di riconoscere il Messia”. Quando il IV secolo vide poi la conversione di Costantino si ebbe la vittoria definitiva. Al Grande Fratello del 300 vinse un certo Gesù e il Cristianesimo divenne cool nonché la religione ufficiale dell’Impero Romano. E mentre nelle serate in disco impazzava la moda del farsi un selfie con Gesù Cristo, i cristiani meno festaioli se ne andarono a distruggere i templi pagani al grido di Goodbye paganesimo! L’ebraismo si salvò, le sinagoghe vennero lasciate in piedi; “l’ebraismo fu l’unica religione non cristiana autorizzata dalla legge”. Un modo come un altro per avere con sé degli eterni secondi da disprezzare. Purtroppo lo show venne interrotto da una serie di sfortunati eventi: i Galli, gli Unni, i Musulmani, i Vichinghi, le Cavallette, i Magiari. Arrivati al X secolo, cristiani ed ebrei si ritrovarono sdutti, emaciati, semi-distrutti. Come se non bastasse, alle soglie dell’anno Mille, sopraggiunse un innalzamento del livello di istruzione e dalle università il “razionalismo aristotelico” divenne un elemento di sconforto per il cristiano medio. La frustrazione cristiana si sfogò ancora una volta sull’ebraismo. “L’antiebraismo dei teologi cristiani (...) fu rapidamente superato” dall’antisemitismo xenofobo. Vale a dire “l’espressione simbolica delle tante minacce che la maggioranza cristiana non poteva e non voleva comprendere”. Si impiantò il germe contaminante dello stereotipo. L’abilità in ambito commerciale divenne parassitismo e usura ebraica. L’antisemitismo cristiano si estese in “dimensioni economiche, sociali e politiche”. Arrivati al Medioevo, l’ebreo era considerato al pari della peste, “cominciava a farsi strada l’idea (…) della purezza del sangue cristiano”.
Il completamento dell’opera mistificatoria si ebbe nel XIX secolo, quando a seguito della Grande Depressione gli ebrei risultarono esserne i responsabili più plausibili. Solo che il mondo moderno, nutrito di scienza e laicismo, non poteva più dar conto a teorie di scaltra matrice religiosa e quindi l’unica spiegazione possibile divenne di tipo genetico. “In quanto razza, gli ebrei non potevano cambiare i propri antenati; potevano soltanto scomparire”. L’antisemitismo ora era diventato razziale. In linea con i tempi, oltre all’accusa di aver ucciso un personaggio immaginario come Gesù Cristo e oltre ad essere dei parassiti, agli ebrei era stata appioppata una nuova eclatante accusa: erano dei marxisti. Dopo il 1917 si poteva dunque parlare in termini di minaccia giudaico-bolscevica. Ecco quindi la Germania. Stretta e depauperata dagli sviluppi di Francia e Inghilterra, viveva una snervante incapacità di aprirsi ad una riforma democratica. La modernità stava schiacciando la Germania del XIX secolo. Troppi cambiamenti, pochi strumenti per assecondarli. Democrazia, socialismo, liberalismo, cultura. Tutte cose molto ebree. Meglio restare attaccati ai vecchi valori, meglio dirlo con chiarezza e quindi concentrare in un’unica parola (la parola “antisemita”) il sunto di ciò che va salvaguardato: la nazione, lo stato cristiano. Ed ecco sopraggiungere con raccapricciante puntualità e precisione, l’antisemitismo hitleriano. Orbene, cosa diavolo c’entra tutto questo con il terzo capitolo di Star Wars?
In fondo stiamo parlando di un film di fantascienza, di quello che può essere classificato come “cinema di fuochi d’artificio”, come ha scritto un certo Laurent Jullier (l’autore di Star Wars, anatomie d'une saga). Una forma cinematografica che secondo Jullier è nata proprio con Star Wars, in quel lontano 1977. “Una nuova economia spettatoriale, cinema che solletica i sensi più che l’intelletto”*. Tuttavia, nel leggere proprio Star Wars in tal senso si pecca petando di una semplificazione eccessivamente approssimativa. Per correttezza diciamo invece che Star Wars solletica sì i sensi (qualsiasi cosa ciò voglia significare) ma solletica anche l’intelletto, altrimenti io cosa ci starei qui a fare? Nel senso che oltre al mio prendere molto (ma molto) alla larga un punto di vista de La vendetta dei Sith e a sciorinare la questione in modo verboso e non richiesto, mi ritrovo altresì a lanciarmi in pericolanti associazioni. Dico, ci azzecca davvero qualcosa il nazismo con il terzo capitolo della saga spaziale o potrem parlare più che altro di seghe su una saga? Al lettore l’ardua sentenza e gli spoiler che seguiranno, nel senso anche di “smetto di leggere queste insipide stronzate”. Ad ogni modo a dispetto del cinema di fuochi d’artificio pare che nell’epoca di quella che viene chiamata “post-memoria” sia il cinema e i suoi modelli dell’immaginario a “definire l’orizzonte di senso dell’esperienza e dell’incontro con la memoria della Shoah”**.
Le assonanze tra Star Wars e il nazismo non vogliono di certo apparire irriguardose o volgari. Volendo estremizzare, che dire piuttosto di una installazione come quella del polacco Zbigniew Libera? Il LEGO Concentration Camp Set. Costruisci il tuo campo di concentramento con i mattoncini LEGO. Una provocazione, ovviamente. Una installazione il cui senso è il silenzio delle risposte che non sappiamo darci a seguito dell’Olocausto. Un silenzio che decade in oggetto e che allo stesso tempo invita ad una immedesimazione con quell’agghiacciante invito al costruire. Questo perché non ci è del tutto chiara la portata di ciò che è stato la Shoah. La xenofobia zampetta ancora; si muove come un disgustoso parassita mediato da nostalgici gruppi di pelati maschi alfa, da insulsi movimenti politici e da quella gente comune che non è razzista ma… Meglio che quelli lì se ne stiano a casa loro. Come potrebbe dire Padmé, è sotto scroscianti applausi che muore la ragione. E ne La vendetta dei Sith sono gli entusiasti applausi a cancellare la democrazia a favore dell’Impero. Ha scritto un dì un economista di nome Joseph Schumpeter che l’imperialismo è l’“oggettiva disposizione di uno stato ad espandersi in modo violento senza limiti che siano stabiliti”***. Potere illimitato, come decanta un sovraeccitato Palpatine. Un uomo che chiaramente ci gode (in modo quasi sessuale) ad uccidere gli Jedi. Un godimento che è l’esito di un odio profondo. Un odio razziale. Non a caso, sicuro della vittoria, Palpatine può finalmente regolare i conti con il maestro Yoda. È vedendolo a terra, praticamente sconfitto, che può finalmente prendersi la libertà di schernirlo dandogli del “piccolo amico verde”. Sminuire Yoda facendo riferimento oltre che al suo aspetto fisico anche a quello razziale. Nei limiti del “cinema di fuochi d’artificio” è questo che sta succedendo: un’espressione di odio razziale. L’umiliazione dell’avversario ormai inerme. Certo, l’intricata messa a punto dal Cancelliere non ha nulla a che fare con la struttura caotica del nazismo giacché “Non vi sono tra gli storici dissensi di fondo sul fatto che il Governo della Germania nazista era, nella sua struttura, caotico”****. Tuttavia l’idea di genocidio non è estranea all’Impero Galattico. Si pensi alla Morte Nera - la Death Star - e più nello specifico si pensi all’Ordine 66.
Fosse anche solo per il nome, con quella coppia di numeri quasi luciferini e con quel Sixty-Six e quelle due S così vicine. I Sith bramano il loro Lebensraum e il loro spazio vitale necessita di un impero. E quindi il machiavellico piano di Palpatine che vede il fomentare un conflitto, il sacrificio dei suoi stessi alleati (Darth Maul e Dooku), la creazione di un esercito, l’eliminazione delle pedine (la Federazione dei Mercanti), l’arruolamento di un apprendista carico di orgoglio e rabbia (Anakin), la destabilizzazione del Consiglio dei Jedi, l’estinzione degli Jedi. Uno sterminio etnico ben architettato che esplode nel drammatico pogrom “fantascientifico” del film. Una distruzione della razza Jedi che trova il suo inequivocabile apparato nazista nell’uccisione dei bambini. L’eliminazione di un futuro possibile. Obi-Wan ha perfettamente ragione quando paventa i pericoli del parlare per assoluti. Tirando un po’ il fiato si può ben donde sperare in un futuro migliore nonché in una nuova speranza. Un futuro illuminato dal fulgido guizzare della light saber. Un futuro accompagnato magari dal corale di Lutero musicato da quel buontempone di Bach, il trionfo della vittoria sui demoni. Se il mondo intero brulicasse di diavoli bramosi di divorarci, non ci spaventerà la paura del male, non ci piegherà il nemico. Il principe dell’Inferno s’affanni finché vuole, non ci porterà offesa. Segnato è dal destino: una sola spada lo confonderà. Una spada laser. Ma spade a parte, quanti oscuri fantasmi in Star Wars. E per fortuna che il caro George Lucas diceva: “I miei film sono più vicini a una divertente passeggiata a cavallo che a una pièce di teatro o a un romanzo”*. E invece caro George, di teatro il tuo Star Wars ne è pregno!
Un teatro rinascimentale gustosamente riassunto ne La vendetta dei Sith con il dialogo come mezzo espressivo della drammaticità. E poi l’anima lacerata di Anakin Skywalker, il suo essere totalmente governato dalle passioni, dalle emozioni senza controllo. Un’indole shakespeariana che vive quindi un percorso già segnato. Il classico angelo caduto che assolve in sé quei tipici crismi del teatro romantico alla Schiller, dove il dramma più acuto è quello interiore. Un’interiorità da seppellire poi dietro ad una maschera. Proprio come nella tragedia greca dove la personificazione per mezzo di una maschera era fondamentale. Insomma, vista in questo mio modo delirante, siamo ben distanti dalla passeggiata a cavallo orgogliosamente menzionata da Lucas e siamo invece più vicini ad una danza drammatica. L’emmèleia, la danza tragica in punta di spada laser. Sì perché si vola parecchio ne La vendetta dei Sith. Dall’epico scontro nell’arena del Senato tra Yoda e Palpatine allo scontro quasi tra padre e figlio che vede sull’infuocato palco la rabbia di Anakin e lo sconforto di Obi-Wan. Uno scontro che - non so tu - a me ha rimandato a quello dell’Aleksandr Nevskij di Ėjzenštejn. Lo scontro tra l’esercito russo e i cavalieri teutonici. Un film, quello di Ėjzenštejn, guarda caso di “spirito antinazista”. Inoltre, con un notevole equilibrio di elementi, ne La vendetta dei Sith lo scontro avviene sopra il fuoco della lava di Mustafar (cioè l’Etna) mentre in Aleksandr Nevskijla battaglia si combatte sul ghiaccio del lago Peipus. Da una parte i cori, gli archi e i fiati di John Williams e dall’altra le trombe, i tromboni e i tamburi di Sergej Prokof'ev. E in mezzo a tutta questa escalation di dramma nel dramma vi è anche Padmé che come la giovane Pentea de Il cuore infranto di John Ford si lascia morire di dolore, il che è un peccato. Nel senso che in Episodio III, Natalie Portman è poco più che un fantasma. In sostanza interpreta un contenitore di feti. Un congedo dalla serie un po’ troppo accelerato.
E sempre a proposito di gente che muore, credo che chiunque sia arrivato a leggere fino a qui possa ritrovarsi nutrito dal desiderio di strangolarmi. Sì è vero, a ben guardare non è che abbia scritto molto su La vendetta dei Sith ma a livello di critica dubito che avrei potuto aggiungere qualcosa. Mi pare già tutto detto nelle molteplici e multiformi opinioni positive di codesto film. Inoltre, come ho esternato forse altrove, io non ho un computer e scrivo a mano, con pennino e calamaio. Non scrivo a mano sul monitor ma su dei fogli di carta. Simpatiche parole che poi trascrivo sul blog grazie a pc presi in prestito con (la) forza. Per questa recensione poi non mi sono manco scomodato a scrivere io ma ho lasciato l’alacre incombenza alla mia ragazza. Io, come è giusto che sia, mi sono limitato a starmene svaccato sul letto e a dettare tra uno sbadiglio e l’altro. Allungare il brodo di questa non recensione significherebbe or bene alimentare sia la mia inerzia che il suo lavoro forzato. Ringraziandola quindi per la santa pazienza credo di poter semplicemente ribadire le lodi a questo terzo capitolo ove tutto il bagaglio - spesso pesante - dei primi due episodi va in codesta epica “conclusione” a concentrarsi. La risposta alla domanda Come è nato Darth Vader? è finalmente arrivata. Anche se devo dire che non penso di essermi mai posto la questione quando da piccolo e coccoloso mi piazzavo davanti alla tv per spararmi Star Wars. Che belli quegli anni. Esistevano le Crystal Ball, i cinema porno e la Volkswagen andava a gonfie vele.

*Della finzione by Roger Odin
** La Shoah e la cultura visuale by Andrea Minuz
*** L’impero inquieto by Michael Stürmer

**** Che cos’è il nazismo? by Ian Kershaw

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