ROGUE ONE: A STAR WARS STORY di Gareth Edwards (2016) No spoiler, solo Ribelli


Ciao, come te la passi? Spero bene, il futuro dovrebbe essere meno tragico. Sarò breve, anche perché devo andare a spasso con le mie nipotine. Era saltellata l’idea di portare una di loro al cinema a vedere questo capitolo 3.5 di Star Wars ma per fortuna sono riuscito con uno stratagemma ad evitare la cosa. “Non so. Potresti annoiarti. Ma ti prometto che verrò con te a vedere Oceania! Eh? Eh? Che ne pensi?”. Dico, per fortuna perché Rogue One: A Star Wars Story è quanto mai pregno di oscurità. Dico, se fino ad adesso l’episodio più cupo era stato L’Impero colpisce ancora, con questo spin-off (ma in fin dei conti sarebbe più sensato definirlo prequel) l’asticella della cupezza si è impennata. E questo alone di morte (nera) regala al film un valore aggiunto. Un valore che va in crescendo giacché le prime parti del film faticano a conquistarsi l’attenzione. I personaggi non riescono a catturarti subito, così come era stato invece per Il Risveglio della Forza (che per me, a livello emotivo, rimane superiore a questo). Rogue One avesse avuto quaranta minuti in più, da concentrare nelle caratterizzazioni dei molteplici protagonisti, ne avrebbe di certo guadagnato. C’è troppa fretta all’inizio, un esser sbrigativi che va, per fare l’esempio più evidente, fortemente a penalizzare – se non a rendere proprio ridicolo – il personaggio interpretato da Forest Whitaker. Grandissimo attore che qui viene sepolto da una imbarazzante caratterizzazione. Il suo Saw Gerrera è un individuo che si limita ad esternare incomprensibili suoni gutturali, qui portati all’estremo da una scelta di doppiaggio decisamente poco azzeccata. Altra vittima di questo scorrere con leggiadria è per me una figura che non dovrebbe essere marginale: il cattivo. Il “Direttore della Divisione Ricerca Armi Avanzate dell'Impero Galattico” Orson Krennic interpretato da Ben Mendelsohn. Un personaggio che si percepisce tormentato e che avrebbe meritato uno spazio decisamente maggiore. Or bene, per una buona mezz’ora Rogue One mi stava facendo temere il peggio. Poi, trovato un equilibrio, il film cambia registro e spazi nello spazio e manifesta la sua sorprendente natura. Una natura che non è quella di rientrare nei canoni di Star Wars ma di sovvertirli, di renderli più maturi.
Ecco quindi che i protagonisti (tolta purtroppo quella mancata introspezione iniziale) iniziano a costituire un corpo unico, un drammatico corpo unico. Ragion per cui non dobbiamo per forza simpatizzare per loro. Nel trailer risultavano ammiccanti, nel film no. La Jyn Erso di Felicity Jones è tutto tranne che adorabile, ha questa faccina un pochetto odiosa. Diego Luna (cognome azzeccatissimo), anche lui col suo Cassian Andor non è proprio Mr. Simpatia. Loro due sono la perfetta controparte di Rey e Finn. Tanto buffi questi ultimi due tanto odiosi Jyn Erso e Cassian Andor. Il bagaglio simpatia deve allora caricarselo il robot? K-2SO, caratterialmente una sorta di Marvin de la Guida galattica per gli autostoppisti frammisto nelle fattezze al robot del Miyazaki di Laputa - Castello nel cielo. È super simpatico il robot spilungone? No. O meglio sì ma lo è perché è anche un tipetto stronzo pure lui. E sai, alla fine è giusto che sia così. Anzi, è molto bello che sia così. In fondo stiamo parlando della feccia ribelle, ed i ribelli non devono essere carinissime persone che inviteresti a cena. Devono essere “brutti”, sporchi e cattivi. Devono essere quelli ai quali dici “No, no, grazie. Non ci interessa e devo andare perché ho la pentola sul fuoco e il bimbo sta piangendo, ho lasciato il ferro da stiro attaccato, ho la suocera che aspetta. Non ho tirato l’acqua del gabinetto. Arrivederci”. Questo perché sopra di loro incombe l’Impero, incombe una dittatura, incombe lo sterminio di massa. Quindi, assai coerenti cotali modalità non accomodanti. Il male si deve vedere anche nella risposta dei buoni. Già, perché pare non esserci proprio alcuna speranza in Rogue One. Ed è strano e forse involontariamente significativo come l’estetica del popolo oppresso abbia quei rimandi mediorientali. E poi uccisioni, attentati, esplosioni così radicati nel dramma più che nella spettacolarizzazione. Spettacolo che sì, poi giustamente c’è ma in molte delle immagini nere di Rogue One c’è più un senso… Come dire, ancorato nella storia più che nel pretesto del “Fico, facciamo saltare per aria quello”. Come detto, lo spettacolo, e quindi la regia. Gareth Edwards che già aveva avuto modo di mostrare il suo valore da cineasta sia nel pregnante Monsters che nel (sottovalutato) Godzilla, qui non è da meno.

Difficile, credo, avere in mano un iconografia così potente come Star Wars e riuscire a rispettarla ma anche a rinnovarla o a farla propria. Gareth Edwards, ci riesce. Basti solo vedere il primissimo minuto del film con quella scelta e quei movimenti di macchina decisamente notevoli. Regia che poi trova il suo acme nella parte finale. Una parte finale che è una discesa vorticosa e micidiale. Sì, il film deve agganciarsi a Una nuova speranza ma Edwards riesce ugualmente a sorprendere e a fare delle cose che ti lasciano incollato alla poltrona, cose che inquietano ed emozionano. Cose che non si erano mai viste in un modo così (sì) spaventoso. Se molte pecche si rintracciano nella sezione iniziale, se si poteva fare di meglio nel farci conoscere questi personaggi così grezzi e quindi umani (assai riuscito il non vedente che però sente), se il film manca di un qualcosa (coinvolgimento, fascino) non manca però di significato. Ed è nel finale che Rogue One concretizza il suo senso, il suo messaggio e la sua maturità. In un paradosso temporale Edwards passa il testimone a George Lucas ma è Gareth Edwards a fare suo quel testimone, creando con concitate immagini il paradigma del Bene più grande e il senso dell’Alleanza. Okay, ora devo andare. Mia nipote mi tira per la giacca, guadagnandosi, non a torto, anche l’occhiataccia del gatto che se la dormiva alla grande, coccolato dal battere sui tasti. In fondo siamo a Natale ed i bambini sono più esagitati del solito. Se proprio devo portarla per giri natalizi mi auguro di recuperar almeno qualcosa di molto nerd come il collutorio di Darth Vader o le pantofole di Chewbacca. Nel mentre, Rogue One: A Star Wars Story. Che dire? Be’, mi è or dunque piaciuto assai e credo che avrà bisogno di una seconda visione per comprenderlo meglio. Inizia un po’ così, debole, quasi trascurabile ma via via cresce, mostrandosi maturo e andando con tutti i razzi accesi verso un finale che è forse l’epilogo migliore mai visto in tutta la saga. Per ora quindi, con questa prima visione, rimane l’idea che Rogue One è lo Star Wars che mancava. Lo Star Wars che lascia da parte gli action figures per dirci che sì, dannazione, l’esser dei ribelli è una faccenda seria.

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